di Giuseppe Provenzale e Giuliano Castellino

Gli ultimi fatti avvenuti nel carcere di Santa Maria Capua Vetere offrono lo spunto per spendere qualche parola chiarificatrice a proposito del nostro punto di vista sulla questione carceri e sul profilo di una destra securitaria che rifiutiamo.

Si tratta di un tema che, oltre ad essere di natura generale, consente ad ognuno di interrogarsi su quale sia la propria, personale maniera di confrontarsi con il sistema.

Abbiamo, quindi, la possibilità di chiederci quale sia effettivamente il nostro modo di essere o non essere rivoluzionari perché se davvero vogliamo abbattere un sistema che rifiutiamo radicalmente non possiamo certo difenderne alcune caratteristiche – specialmente se si tratta delle modalità che il sistema adotta per difendere se stesso dal rischio di essere abbattuto – o, in termini di formazione di una mentalità nazional rivoluzionaria, non possiamo non analizzare lo spirito che anima le nostre posizioni rispetto alle modalità difensive di cui sopra.

Inoltre, avremo modo così, ancora una volta, di illustrare la grande differenza che esiste tra la destra di sistema, oggi rappresentata da Salvini e Meloni, e un’area nazional rivoluzionaria che rivendica le proprie radici fasciste e tra quella che veniva chiamata “maggioranza silenziosa” e una minoranza militante “rumorosa” perché in prima linea contro quel maledetto spirito borghese che è anima del sistema.

Due sono in Italia i fronti partitici ammessi dal sistema, due le ali: la sinistra partigiana ed antifascista, frequentatrice dei salotti e dei palazzi – immigrazionista, mondialista e nemica di ogni identità – che finge di essere per la giustizia sociale, ma che da decenni ha sacrificato certe lotte sull’altare del globalismo abbracciando unicamente la battaglia nichilista per i cosiddetti “diritti civili”, e una destra, apparentemente nazionalista e patriottarda, che in realtà non mette mai in discussione, esattamente come la sinistra, il modello economico neo liberista e gli eterni equilibri post bellici rimanendo in ginocchio di fronte ai poteri sovra nazionali e al padrone atlantico e limitandosi di tanto in tanto a borbottare contro Bruxelles e immigrazione nei fatti non facendo nulla.

Una destra da sempre tutta “ordine e disciplina” che subisce pesantemente il fascino della divisa e aspira sostanzialmente ad una pace borghese, incurante di ogni giustizia sociale, per continuare a vivere all’interno di un orizzonte che coincida con la conservazione dell’inaccettabile status quo che, come abbiamo accennato, è ancora sostanzialmente quello disegnato per i vinti dai sopravvissuti vincitori del 1945.

Due disgustose facce della stessa medaglia del mondo di quei “liberi e uguali” del 1789, oggi ringalluzziti dalla tirannia sanitario-globalista e dai denari (a strozzo) da distribuire, i cui eredi occupano gli attuali, sempre più intercambiabili, scranni parlamentari.

Purtroppo, non sembrano esserci spazi “politici-elettorali” per chi non accetta questa monotona, e per i popoli drammatica, narrazione.

Ma è proprio questa la ragione urgentissima che ci spinge a resistere e tenere botta per costruire, definire e lanciare davvero una sfida al sistema, tentando in primis di tracciare i confini che caratterizzano ciò che il regime vorrebbe definitivamente soffocare: una minoranza “rumorosa”, una forza che non è né di destra né di sinistra e che affonda le proprie radici nel Fascismo sociale, politico e rivoluzionario; una minoranza “rumorosa” che odia e prova disgusto per il “Fascismo antifascista” – lasciato alle destre perché, nonostante tutto, resta impossibile da cancellare dal cuore degli italiani – lontanissima dalle carnevalate di Predappio e non certo legata al Fascismo per la puntualità dei treni o per il malinteso culto securitario di “ordine e disciplina”.

Dobbiamo far comprendere prima di ogni cosa che i fascisti militanti sono ben altra cosa rispetto all’iconografia divulgata dall’italietta anticomunista e post democristiana.

ERAVAMO, SIAMO E SAREMO SEMPRE contro gli sgherri del regime antifascista.

Non solo perché oggettivi difensori di una tirannia illegittima e immorale, ma perché contrari per cultura e dottrina a chi è “forte con i deboli e debole con i forti”, perché conosciamo il vero volto della stragrande maggioranza dei cosiddetti servitori dello Stato, difensori del sistema.

E non da oggi…

Almeno da quel lontano luglio 1943, quando le divise nere con bande rosse sui pantaloni arrestarono Mussolini su ordine del Re e delle massonerie britanniche, o quando, qualche settimana dopo, ancora dei carabinieri spararono alle spalle “al più bel petto d’Italia”, Ettore Muti, “colpevole” di rappresentare un faro di rinascita del Fascismo.

Non dimentichiamo che partigiani e “tribunali del popolo” divennero agenti di polizia e giudici ordinari e che le stesse carriere fecero i mafiosi – primi antifascisti in Sicilia – su indicazione di Lucky Luciano e dell’invasore a stelle e a strisce.

E non finì certo lì.

Sbirri e militari, a fianco degli inglesi, spararono contro gli italiani a Trieste e non difesero dagli assalti dei rossi i treni pieni di esuli che scappavano dalle foibe titine.

Come sappiamo, poi, troppo del loro piombo in questi decenni ha ucciso i nostri, così

come troppe manette hanno stretto i polsi di chi non si è voluto piegare: Stefano Recchioni ed Alberto Giaquinto morirono per mano dello Stato, Nanni De Angelis fu “suicidato” in una cella, anche Alessandro Alibrandi e Giorgio Vale vennero giustiziati, così come Pagliai, Mammarosa o i ragazzi di Torino.

L’elenco è davvero troppo lungo.

Aggiungiamo a questi nomi quelli di Gabriele Sandri e Stefano Cucchi, che avrebbe potuto essere il fratello o il figlio di ognuno di noi, perché le loro storie sono note a tutti, ma quanti, troppi, Sandri e Cucchi ci sono stati in Italia?

Per non parlare, poi, del ruolo infame e servile che hanno avuto gli uomini in divisa rispetto ai misteri e alle stragi del secolo scorso, da via Rasella alla stazione di Bologna.

Per questo, oggi come ieri, domani come oggi, saremo sempre contro la violenza delle polizie e contro chi confonde vendetta con giustizia, prepotenza con autorità, tortura con legge ed esercizio del Diritto.

La nostra storia e la nostra Civiltà ce lo impongono, anche per restituire verità e dignità all’Idea che è stata la più romana, europea e mediterranea delle idee, che mai ha fatto della tortura e della prepotenza uno strumento di potere, a differenza di quanto scritto e raccontato dai “vincitori”, perché fondata sull’identificazione, organica ed etico-educativa, fra lo Stato e il popolo, la nazione e l’individuo, che andava inserito consapevolmente nella vita dello Stato e ad essa recuperato.

Già nel 1931, proprio in questa direzione, fu approvato il Regolamento per gli Istituti di prevenzione e di pena, il cosiddetto Codice Rocco, che offrì il lavoro retribuito, le pratiche religiose e l’istruzione ai detenuti, al fine del reinserimento sociale e abolì il sistema di segregazione cellulare continuo.

Per non parlare dell’idea marinettiana dell’abolizione del carcere, in primo luogo per i detenuti politici – come sintesi fascista della tradizione giuridico-sociale romana che dalle scuole gladiatorie alle “case di lavoro”, dall’esilio al “confino” offriva una gamma di istituti giuridici in grado di marciare con “passo sicuro e romano” verso l’abolizione degli istituti di pena – o di quel Franco Colombo che spalancò le porte delle carceri creando il Battaglione “Redenzione e Ricostruzione” aggregato alla “pupilla del Duce” ovvero la Legione Ettore Muti.

In conclusione, sulla ormai endemica emergenza carceri, le nostre posizioni sono state e saranno sempre lontane anni luce da quelle della destra legge e ordine rappresentata da Lega e Fratelli d’Italia.

Nell’immediato, per affrontare la questione del sovraffollamento delle carceri, il cui tasso è pari al 119,8%, il più alto nella Ue, il rimpatrio dei detenuti stranieri nei paesi d’origine resta la prima cosa da fare, considerando che (dati 2019) tali detenuti sono ancora il 33,42% della popolazione carceraria (più

di 20.000 unità su un totale di circa 62.000) e, a fronte di circa 50.496 posti disponibili, visto che 62.000 – 20.000 = 42.000 la situazione migliorerebbe enormemente.

A questi provvedimenti vanno senz’altro aggiunte, specie in questo perdurante momento critico, altre misure urgenti (riduzione dei nuovi ingressi, indulto per le pene in esecuzione inferiori a tre anni, maggior numero di permessi premio per le pene brevi e, come tornano a chiedere i penalisti: “un serrato confronto sull’ipotesi di amnistia” anche allo scopo di decongestionare il carico degli uffici giudiziari in questa fase di particolare emergenza).

Intanto, una lezione di civiltà in materia arriva dall’Iran, sì proprio da lì, colpito duramente da questa strana epidemia: “Il capo della magistratura iraniana Ibrahim Raisi (fresco vincitore delle elezioni presidenziali e presentato dai media di regime come ultraconservatore ndr) ha annunciato che a circa 70.000 carcerati in tutto il paese verrà concesso (era il 2020 ndr) il permesso di uscita come parte delle misure precauzionali per contenere la diffusione del Coronavirus” (IRNA).

Infine, i forcaioli farebbero bene a tenere conto del fatto che non è affatto vero, come sciaguratamente dichiarato dall’ex, imbarazzante ministro della giustizia grillino, che “gli innocenti non finiscono in carcere”, ci finiscono eccome…

Qualche dato: “Dal 1992 (anno da cui parte la contabilità ufficiale delle riparazioni per ingiusta detenzione nei registri conservati dal Ministero dell’Economia e delle Finanze) al 31 dicembre 2018, si sono registrati oltre 27.500 casi: in media, 1057 innocenti in custodia cautelare ogni anno” (archivio errorigiudiziari.com).