di Giuseppe Provenzale

“(…) Bisogna rifarsi una virilità spirituale, odiare molte cose che oggi si amano…”.Ed è in nome di questo santo odio, vero intelletto d’amore, che ancora oggi chi ama Dante lo ama davvero, guardando a lui integralmente, senza timore di essere disturbato nella vista, anzi: sperando almeno di “riguardar nel sole: aguglia sì non li s’affisse unquanco”.

Si può amare Dante e insieme odiare l’ “oscuro” Medio Evo?

Si può celebrare l’Alighieri, pensando che il suo cattolicesimo sia da relegare in soffitta in nome di un indifferentismo religioso che rassicura l’uomo sulla possibile vacanza dell’inferno e/o del purgatorio?

Si può amarlo e celebrarlo arruolandolo a forza fra i moderni individualisti ed epurandolo dalle “scorie” universali del suo tempo?

Si può celebrare Dante pur considerandolo, in fondo in fondo, un po’ troppo anti semita e/o islamofobo?

Sì, si può e si deve fare; almeno a detta dei sedicenti ardenti amanti che celebrano l’autore del Poema Sacro in questi giorni sulla scia dei tanti – atei, agnostici, massoni o cattolici “adulti” – che da tempo già lo fecero ad abundantiam. 

L’importante è che lo si faccia nonostante Dante.

Ma, ribaltando la direzione di queste domande: potrebbe quell’intransigente priore amare i suoi attuali laudatores? 

Gradirebbe le ennesime letture televisive affidate a guitti aretini al lauto soldo dei potenti? Potrebbe apprezzare le parole affettate vergate dai ghost writers di cattolici adulti occupanti palazzi in cui pure abiteranno vicari dell’ “imperador che lassù regna”?

Piacerebbe al Poeta il trattamento che “una sì lunga tratta di gente” continua a riservargli?

Può l’Alighieri, che pure si afferma di ammirare e rispettare, essere correttamente attualizzato? 

Può – come ha detto Mattarella – il suo lascito essere eterno per uomini sradicati e confusi?

Rispondendo a queste ultime due domande la risposta è certamente sì, ma non, sicuramente, alla maniera di chi ora ne celebra autorizzato il settecentesimo anniversario della fine di sua travagliata vita mortale.

Anche Benedetto XV ritenne infatti – nell’enciclica IN PRAECLARA SUMMORUM – “che gl’insegnamenti lasciatici da Dante in tutte le sue opere, ma specialmente nel suo triplice carme” potessero servire “quale validissima guida per gli uomini del nostro tempo”, ma il Papa precisava in cosa i suddetti insegnamenti consistessero esattamente – un cattolicesimo da antiquariato per i moderni, una cloaca di ignoranza e disprezzo della scienza per gli opinionisti da social e da talk show – e, citando un’epistola dell’illustre fiorentino, sottolineava di che natura fosse il dolore filiale dell’esule per una Roma “vedova e derelitta”.

Si può dunque credere, senza essere sepolcri imbiancati, che l’autore del “triplice carme” condividerebbe l’attuale “misericordioso” non-magistero della Roma di Francesco, votata al globalismo – che tutto è tranne che universalismo – all’ecologismo d’accatto e adoratrice del dio vaccino? 

Una Roma che avalla restrizioni e divieti della Settimana Santa e della Pasqua in nome della presunta salute del corpo? 

La stessa Roma che, dall’ultimo, sciagurato Concilio in poi, si è convertita al laicismo mondialista e a tutte le sue liturgie da controchiesa?

La risposta negativa era già allora, 1921, scontata. Parlando della Commedia, il Papa sottolineava la sua essenza di “vero tesoro di dottrina cattolica; cioè non solo il succo della filosofia e della teologia cristiana, ma anche il compendio delle leggi divine che devono presiedere all’ordinamento ed all’amministrazione degli Stati; infatti l’Alighieri – continuava Benedetto XV – non era uomo che per ingrandire la patria o compiacere ai prìncipi potesse sostenere che lo Stato può misconoscere la giustizia e i diritti di Dio, perché egli sapeva perfettamente che il mantenimento di questi diritti è il principale fondamento delle nazioni”.

Vi immaginate Dante di fronte all’attuale nichilistico “fondamento delle nazioni”? All’Unione Europea? Ai “diritti” di tutti o alla costruzione di moschee “benedette” dai Prelati? È inaccettabile, se non blasfemo, che “un poeta cristiano” in grado di cantare “con accenti quasi divini gli ideali cristiani dei quali contemplava con tutta l’anima la bellezza e lo splendore, comprendendoli mirabilmente e dei quali egli stesso viveva” subisca un simile arruolamento postumo, anche se, perché così è stato per secoli, non si tratta certamente di una novità.

Il parossismo della decadenza, però, ha oggi raggiunto livelli inimmaginabili e lo ha fatto, specie nell’ultimo anno pandemico, a velocità inaudita. 

Questa è l’epoca in cui per coerenza si dovrebbe celebrare solo l’altro fiorentino Machiavelli, l’età in cui la cosiddetta verità effettuale accettata dal segretario dei Medici viene dettata, su ispirazione della grande finanza sanitaria, dai media; sono questi gli anni in cui l’autonomia dalla religione della politica – serva della finanza e di un’economia anti umana – è ormai sfacciata ribellione contro la Fede.

Tutta la sostanza religiosa di opere come la Divina Commedia, come potrebbe essere altrimenti, viene sempre più mortificata ai livelli infimi di “una vaga ideologia che non ha base di verità”; oggi più che mai, i fanatici dell’attualità che ha in odio la tradizione da Dante venerata “misconoscono certo nel Poeta ciò che è caratteristico e fondamento di tutti gli altri suoi pregi”.

Tutti sarebbero più coerenti, e il fiorentino certamente questo atteggiamento accetterebbe, se, anziché violentarne la fede e le idee, celebrandolo lo massacrassero esiliandolo in perpetuo, proprio perché “cantore e araldo più eloquente del pensiero cristiano”, di quella romanità di Cristo che – insieme alla sua divinità – si nega ormai universalmente, mostrando di aver cancellato intenzionalmente ogni parvenza di tradizione.

L’attuale confusione anomala, spacciata per fede certa nell’uomo, emerge anche dalle parole del lettore Benigni che – dopo l’ultima performance televisiva – ha affermato: “In ogni luogo in cui adesso andiamo, è tutto un inno alla speranza, la virtù più popolare, quella che ci conforta più di tutti”. Di quale speranza si tratterebbe?

Escludendo riferimenti subliminali al ministro omonimo, sembra essere quella nel dio vaccino che incolonna, pazienti e timorosi, i popoli impauriti dalla morte (che pure non falcidia affatto come nelle epidemie medievali) e non certo in quel Dio per il quale essa è “uno attender certo de la gloria futura, il qual produce grazia divina e precedente merto”, come si legge in quel canto XXV del Paradiso che pure lo stesso guitto aretino ha “recitato” e commentato.

Giù le mani da Dante! Allora. Specie in vista di quel venerdì Santo in cui volle iniziare il suo viaggio.

Lasciatelo agli oscurantisti. 

Comprendo molto di più chi negli anni ne ha spesso chiesto la censura e l’esilio perpetuo dalla modernità sulla base del proprio orgoglioso odio per la Fede e la Verità che non i suoi addomesticatori; perché, come ha scritto quel grande fiorentino convertito che fu Giovanni Papini, per penetrare l’Alighieri “bisogna avere un’anima seria e coraggiosa, nemica delle mezze misure e dei complimenti, e soprattutto cristiana. Bisogna rifarsi una virilità spirituale, odiare molte cose che oggi si amano…”.

Ed è in nome di questo santo odio, vero intelletto d’amore, che ancora oggi, chi ama Dante lo ama davvero, guardando a lui integralmente, senza timore di essere disturbato nella vista, anzi: sperando almeno di “riguardar nel sole: aguglia sì non li s’affisse unquanco”.

Categorie: Redazionali

0 commenti

Lascia un commento