Titolo V e pescecani Impedire che rubino acqua, luce e gas. Ecco perché potremmo trovarci a dover difendere la Costituzione

Sono almeno 20 anni, ormai, che l’elettore medio viene blandito dai maggiori partiti con la promessa di fantomatiche riforme, necessarie per risollevare l’Italia. C’è chi le invoca, chi si lamenta perché qualcun altro le ostacola, chi dice di averle fatte, chi sostiene che non se ne facciano mai abbastanza, chi ci ricorda che le vuole l’Europa … Il mantra riformista sembra non dover mai finire.

Ma, chi sa esattamente in quale direzione vogliano andare queste riforme prive di aggettivi? Chi è in grado di sviscerarne i contenuti? Art. 18 a parte, privatizzazioni e precarizzazione con dismissione dello Stato sociale, retaggio/trincea del tanto vituperato ventennio mussoliniano?
Il nuovo cameriere dei poteri forti che, non eletto, ricopre il ruolo di presidente del consiglio, Matteo 1000 giorni Renzi, ha parlato, ad esempio, fin dalle prime ore successive alla sua investitura di riforma del Titolo V della costituzione.
La Costituzione, quel feticcio antifascista, che, quando serve, viene messo da parte senza tanti complimenti perché, bene o male e nonostante tutto, risulta a volte poco adatta, la “sacra” carta delle carte, alla totale rinuncia alla sovranità nazionale che è la vera impronta di questi anni disgraziati.
Cos’è ‘sto Titolo V? Perché i camerieri dei banchieri si agitano tanto per modificarlo o abolirlo? Lo spieghiamo tra un attimo, ma prima è necessaria una premessa.

Il Senato dei 100 nominati, utile a risolvere la questione della concorrenza Stato-Regioni perché le rappresenta al suo interno, e la soppressione delle province, le cui mansioni vengono così assorbite, riforme anche queste ça va sans dire, hanno fatto da apripista verso quella che la coppia Renzi-Berlusconi pare considerare la madre di tutte le riforme.
Sparite le province, l’esplosione teleguidata e sincronizzata degli scandali in quasi tutte le Regioni e la crisi senza speranza dei Comuni, invece, hanno fatto da casus belli affinché la sottrazione di autonomia alle autorità periferiche venisse presentata come virtuosa e foriera di risparmio per lo Stato e per i cittadini;
ma l’obiettivo è ben diverso e criminale: acquisire la proprietà di acqua, luce e gas o meglio, delle “utilities” che le varie amministrazioni locali gestiscono per i propri amministrati. Il tutto non certo per nazionalizzare, al contrario, ma per svendere al miglior (peggiore) offerente.
L’ottimismo di Matteo Renzi: servirà a presentare come “vecchiume da rottamare” anche il Titolo V della Costituzione, cioè il dispositivo legale che assegna agli enti locali l’autonomia finanziaria per creare e gestire le reti di distribuzione dei servizi pubblici vitali.
Ecco cos’è ‘sto Titolo V! Tolto di mezzo, permetterebbe allo Stato di vendere ciò che resta da vendere, la parte più grossa della torta di fronte a cui Finmeccanica o gli immobili pubblici sono davvero ben poca cosa: acqua, luce e gas, vera e propria manna per gli “investitori” esteri, magari Sauditi, Qatarioti o cinesi.
Perché, come dice il dottor Codogno, boss dei tecnici-pescecane del ministero del Tesoro, valgono «tanti, tanti miliardi» ed aggiunge, se la cosa non fosse già abbastanza chiara: «Il problema è che quei servizi non sono nostri, dello Stato: sono dei Comuni, delle Regioni. E quindi bisogna cambiare il Titolo V della Costituzione, ed espropriare i Comuni e le Regioni». Espropriare, avete letto bene.
Sarà sufficiente aumentare le tariffe per ottenere utili stratosferici da ogni singola famiglia italiana.
E a quel punto, l’Italia – come Stato – otterrà il suo certificato di morte, con il suo popolo in completa balia degli usurai di mezzo
mondo che potranno così completare il loro, già ricco, orrido pasto.

Giuseppe Provenzale
Vicesegretario nazionale
Forza Nuova

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