Il petrolio italiano, un’opportunità per chi? Per un sistema energetico integrato sostenibile

Avv. Prof. Michele Antonio Giliberti
Lega della Terra Campania

Se ne parla poco dell’affare petrolio, i comitati e le associazioni sorte in Italia per denunciare e contrastare la nuova politica energetica italiana (si fa per dire!) delle trivellazioni, poco incidono sull’opinione pubblica perché o sono “controllate” o la disparità di risorse umane e di mezzi che riescono a porre in campo rispetto a multinazionali apolidi rapaci e potenti è enorme. Come un rullo compressore passano sulle nostre teste e sulla nostra bella Italia grazie ad aderenze politiche forti all’interno dello Stato italiano e del Parlamento.
Corrado Clini, lo ricordiamo tutti per alcune note vicende giudiziarie, e Corrado Passera, uomo delle banche, entrambi ministri del Governo Monti, hanno dato grosso impulso col Decreto Sviluppo alle trivellazioni petrolifere in mare da parte di società straniere, tra le proteste di Legambiente e quelle della Regione Puglia di Vendola, salvo poi scoprire con amarezza la scarsa ed interessata sensibilità ambientalista del governatore con la nota vicenda dell’Ilva di Taranto.
Nel 2012 la Shell, gruppo anglo-olandese lancia il progetto Royal Dutch Shell che vorrebbe trivellare un pozzo esplorativo a due passi dal Parco Nazionale del Cilento e Vallo di Diano; in Basilicata i pozzi vengono sfruttati a pieno regime con i risvolti ambientali ed economici ma purtroppo solo di rado accennati in qualche programma televisivo e a tarda ora. Oltre la Basilicata, storicamente sede dei più grandi pozzi, dove si estrae il 70% del “petrolio nazionale” proveniente dalla Val d’Agri di proprietà di Eni e Shell, le regioni in cui sono presenti a terra sono l’Emilia Romagna, il Lazio, la Lombardia, il Molise, il Piemonte e la Sicilia.
La strada è tracciata e se prima, con Monti e i governi precedenti, le società petrolifere erano costrette a districarsi in una selva di autorizzazioni delle amministrazioni locali, col Governo Renzi il procedimento è stato centralizzato e agevolato con qualche concessione in più in termini di royalties alle Regioni interessate in cambio di maggiori estrazioni dai pozzi e l’avvio di progetti di sfruttamento su altre aree geologicamente idonee e sfruttabili. Ciò che non ci dicono è non solo l’irrisorio ritorno per le casse dello Stato italiano e le amministrazioni interessate, ma soprattutto gli enormi rischi per l’ambiente ed il territorio sottoposto a sfruttamento petrolifero intensivo, con danni enormi per l’ecosistema e le bellezze paesaggistiche uniche al mondo soprattutto al Sud.
Le trivellazioni necessitano di enormi quantitativi di risorse idriche, le perforazioni implicano l’uso di prodotti cancerogeni e radioattivi, la raffinazione causa l’emissione in atmosfera di particelle combuste altamente inquinanti, il trasporto degli idrocarburi l’inevitabile sfregio del suolo attraversato tubazioni che le società petrolifere non si premurano di rimuovere una volta avvenuto lo sfruttamento. Inevitabili, come rilevano alcuni studi e analisi effettuati nei siti interessati, la compromissione delle falde acquifere e l’inquinamento atmosferico, con tutte le conseguenze connesse all’economia rurale e agricola già gravemente compromessa.
Lega della Terra è nata per difendere la nostra agricoltura, i nostri bei paesaggi e colline creati col duro lavoro e il sacrificio di generazioni di uomini e donne dediti all’attività primaria, al settore agroalimentare e la nostra bella Italia.
Siamo contro le trivelle selvagge e lo sfruttamento del nostro territorio nazionale da parte di società petrolifere straniere che hanno come unico scopo la rapina economica dei nostri territori, ma al tempo stesso chiediamo che si dia vita finalmente ad una vera Politica Energetica Nazionale perché anche l’agricoltura italiana ne trarrebbe utilità. Un sistema energetico integrato sostenibile (fonti rinnovabili-idrocarburi) secondo noi è possibile. Basterebbe nazionalizzare lo sfruttamento delle nostre risorse vincolandolo alla produzione nazionale e destinandolo ai settori strategici per l’economia italiana, non ultimo il settore primario ovvero l’agroalimentare.
I nostri interessi prima di tutto!

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