Non solo moneta, tornare ad Auriti per combattere la crisi

23 mar – Giuseppe Provenzale* –

L’interminabile crisi strutturale in atto, e il dibattito che ne riguarda origini e soluzioni, i colpevoli pannicelli caldi di Mario Draghi offerti alle banche “sofferenti”, le ammonizioni delle vestali del sistema bancario e dei suoi camerieri politici, gli slogan poco convinti delle opposizioni da salotto televisivo sulla necessità di uscire o meno dall’Euro, mi hanno suscitato il bisogno di tornare sul web ai video di quella vecchia trasmissione che Giacinto Auriti offriva al prossimo dagli studi di un’emittente locale abruzzese.
L’aridità del circo mainstream, in cui i meno peggio sembrano essere un Barnard o un Fusaro, provoca una forte arsura che solo la fresca e viva acqua che sgorga dalle sorgenti tradizionali di Auriti e Pound è in grado di placare. Le questioni economiche e monetarie, del resto, non vanno mai lasciate in pasto agli economisti perché riguardano uomini, che economisti non sono.

Troppo facile sarebbe notare che l’epoca in cui viviamo – scandita dai suicidi per insolvenza e da un lavoro che, quando c’è, serve non al lavoratore, ma a pagare gli interessi di debiti non suoi… – sono proprio quegli anni bui senza speranza le cui dinamiche il professore abruzzese svelava così lucidamente in tempi non sospetti, prospettandone quella che rimane l’unica radicale via di fuga che conduca alla salvezza: la proprietà popolare della moneta.
Ma non si tratta solo di questo, tornare ad Auriti non serve solo a constatarne la preveggenza.
Tornare ad Auriti, vuol dire tornare ad immergersi nel reale, risalire al perché delle cose, ritrovare l’origine di questo moderno, “monotono deserto di standardizzazione”, sono parole di Chesterton, creato dalla sostanziale convergenza dei teoremi applicati a forza dal marxismo e dal Grande Capitale.
“Ciò che non va nell’uomo della città moderna – lo scrive sempre Chesterton, ne ‘Il profilo della ragionevolezza’ – è il suo ignorare il perché delle cose, ed è per questo che può essere dominato da demagoghi e despoti. Egli non sa da dove vengono le cose…”, e troppo spesso si rifiuta di saperlo.

E’, quindi, necessario recuperare al meglio quell’intatta portata rivoluzionaria al di là del tempo, la stessa che mi colpì assistendo ad un comizio di Giacinto Auriti al termine di un nostro corteo a Napoli, era forse il 2004, i cui contenuti la stampa si guardò bene dal riportare, piccola prova accessoria della carica esplosiva delle sue teorie sulla moneta.
Toccare con mano le lezioni perenni di Aristotele, san Tommaso ed Ezra Pound, le matrici della fede e della dottrina sociale della Chiesa, la filosofia del diritto da esse ispirata, l’insegnamento delle leggi e della storia, la viva concezione organica e tradizionale della società, la consapevolezza che il lavoro non debba assorbire la vita dell’uomo, specie se da utile strumento diviene tirannide strumentalizzante che lo rende schiavo soggiogato al debito, rematore, fino allo sfinimento, della galera del Grande Capitale.
Soddisfare la necessità di confermare l’eterna verità dell’usura quale orrendo peccato contro natura, peccato su cui si fonda oggi l’ intero sistema che al sangue ha prima sostituito l’oro, per poi rimpiazzarlo con la carta moneta e, ulteriormente, con il denaro virtuale.
Riascoltare Auriti, significa fare i conti con la straordinaria intuizione filosofico-giuridica che sta alla base del suo sistema: la sostanziale immaterialità di ogni oggetto d’uso materiale. Un paradosso? Niente affatto: la quintessenza del realismo.

Nessuna materia, nessun oggetto d’uso, nessuno strumento hanno valore in sé e per sé, nemmeno il denaro, il loro valore è tale solo perché c’è chi li utilizza; ecco perché il valore che anche lo strumento moneta riceve è determinato solo da chi la accetta, altrimenti non esisterebbe.
“Chi crea il valore è la gente viva”, “non esiste ricchezza in un mondo di morti”, ripeteva spesso il professore e spiegava che la moderna distorsione su questi temi, prima che dalle conseguenti applicazioni pratiche attuate dagli Stati, sotto dettatura dei grandi potentati finanziari internazionali e delle banche centrali, è attribuibile all’egemonia culturale e filosofica del pensiero dominante, imperniato su una visione monistica della realtà e dello stesso concetto di utilità.
Sono le rivoluzioni culturali a provocare le vere mutazioni genetiche radicali e permanenti e lo fanno proprio rovesciando gli assunti logici su cui si fondavano le normali civiltà tradizionali.

In particolare, il cosiddetto idealismo filosofico, e i suoi derivati, hanno operato un ribaltamento epocale, con devastanti ricadute in ogni settore: il soggetto è stato detronizzato perché privato della facoltà di percepire la realtà oggettiva fuori di sé, attività indispensabile ad attribuire alla realtà un’utilità ed un valore strumentali all’interesse del soggetto stesso,
Al suo posto, è stata collocata una inedita realtà che, per definizione arbitraria, invece, sarebbe in grado di dar vita al suo soggetto, il quale, così creato, la riconoscerebbe come obiettiva – sapendo, però, di non essere affatto l’autore di tale riconoscimento – per l’azione della realtà materiale obiettiva che opererebbe al suo posto, in veste di unico e vero soggetto regnante.

Lo dicevano Marx: “Non si può separare il pensiero dalla materia pensante. Questa materia è il substrato di tutti i cambiamenti che si operano” e Lenin: “La materia è ciò che, agendo sui nostri organi dei sensi, produce le sensazioni; la materia è una realtà oggettiva, che ci è data nelle sensazioni… La materia, la natura, la coscienza, la sensazione, lo psichico è il dato secondario”; “Il quadro del mondo è il quadro che mostra come la materia si muova e come la materia pensi”. (1)

Denunciava Auriti: “… Muovendosi, secondo la filosofia idealista, da una concezione monistica della realtà per il fatto che si riduce tutta la realtà all’io pensante, si ha come conseguenza una concezione monistica dell’utilità (e quindi del valore ndr), sicché, riducendosi il concetto di utilità ad utilità dell’ io, si confonde il concetto di utilità con quello di egoismo. Ed ancora, quando una concezione monistica viene applicata alla pratica della vita, si determina una grave deformazione dei giudizi di valore per il fatto che si confonde il momento strumentale, che attiene all’oggetto, con quello edonistico (nel senso del fondamentale diritto alla fruizione del bene ndr) che attiene al soggetto”.(2)

Questa confusione di ambiti e funzioni tra soggetto ed oggetto, spirito e materia viene spiegata da Auriti con vari esempi legati agli strumenti d’uso, eccone uno: non si può certo immaginare un’automobile senza qualcuno che la guidi. Eppure, sempre parafrasando il professore, tramite strumenti d’uso: lo Stato costituzionale, lo Stato socialista, la società anonima, la banca… si attribuiscono all’oggetto, alla materia, caratteristiche esclusive del soggetto spirituale: l’uomo, il solo a conferirgli, di fatto, valore e utilità.
E’ necessario dunque riassestare, ripristinare il corretto modo di porre la questione, rimettere il soggetto al suo posto: non esistono né merci né beni che possano considerarsi, in senso stretto, esclusivamente materiali, perché il loro valore è determinato da una dimensione dello spirito, essi consistono, quindi, essenzialmente, di una realtà spirituale.

Qualunque critica all’attuale sistema economico, manovrato dalla finanza speculativa, per quanto lucida, che si fondi sull’idealismo hegeliano e su Marx non può disporre, quindi, degli strumenti concettuali adeguati ad individuare il fondamentale dualismo esistente tra il soggetto, che lo crea per il proprio uso e il proprio legittimo godimento, e l’oggetto utilizzabile, anzi, una simile critica nega questo dualismo a priori. L’azione creatrice di Dio è replicata dall’uomo nei confronti della materia, che riceve da esso un’utilità per i suoi fini.
Le ideologie che hanno lavorato concettualmente a spodestare il soggetto, che ne hanno fatto un’ancella della materia, riducendo ad oggetto il soggetto stesso, mancano della necessaria conoscenza dei diritti legittimi che andrebbero ripristinati per restituirgli in toto il posto che gli spetta. L’uomo non è riducibile alla proprietà merceologica della propria forza-lavoro.

L’oggetto non può certo creare il soggetto, quindi, eppure, ed è questo il vero paradosso, questa ipotesi sembra essere diventata, prima culturalmente e poi nella sua applicazione, una verità effettuale anche per i critici del capitalismo e dei suoi turbo epigoni, condizionati, come ha spiegato Auriti, da una comune distorsione monista.
Lo strumento viene personificato, senza avvedersi che è la convenzione – attività spirituale perché messa in atto dall’uomo, essere vivo, fatto anche di spirito e non solo di materia – a renderlo tale, a conferirgli un’utilità funzionale al suo legittimo godimento.
Anche l’economia è strumento, del diritto (oltre che della politica), il quale è anch’esso strumento perché “risultato di un’attività creatrice dello spirito” .(3)

Partendo da questi presupposti, il medesimo svelamento operato dal professore si applica alla proprietà dell’oggetto moneta, che è anzi strumento convenzionale per eccellenza: “La proprietà della moneta è una fattispecie giuridica, non una fattispecie merceologica”, poco importa che il denaro sia d’oro o di carta, la banconota ha infatti lo stesso valore dell’oro, in quanto simbolo “ha la mera funzione di manifestare il valore indotto ed attribuirne la proprietà al portatore [… ]ecco la possibilità di creare una moneta locale, una moneta che all’atto dell’emissione non viene addebitata, ma accreditata”, una moneta di proprietà popolare. (4)
Da ciò deriva l’auritiano reddito di cittadinanza (cosa ben diversa dall’omonima elaborazione a 5 Stelle) che, prendendo le mosse dal giusto principio della proprietà popolare della moneta, diventa diritto naturale: solo il cittadino, in quanto soggetto vivente, ha diritto in quota parte alla ripartizione delle ricchezze prodotte dallo Stato.

Lo Stato organico, quindi, deve corrispondere, nella sua funzione di strumento al servizio del popolo, quel reddito minimo di sopravvivenza a cui il soggetto che conferisce valore alla moneta, il popolo appunto, ha pieno diritto: “perché è lui stesso che, accettandola, ne crea il valore, senza alcun costo”.
Non è la dottrina marxista, perché incapace di dare soluzioni concrete al problema dei problemi: l’emissione di moneta a debito da parte del sistema delle banche centrali, a poter rispondere adeguatamente alle esigenze popolari, questo il principale motivo della condanna da essa ricevuta dal tribunale della Storia, ma la dottrina sociale della Chiesa che, afferma Auriti, è “sinteticamente ed esaurientemente formulata in cinque parole del Pater Noster: “…dacci oggi il nostro pane quotidiano…”. Qui la parola più importante non è “pane”( la materia ndr), ma “nostro” che sta a significare che non bisogna dare solo il pane, ma anche il diritto di pretenderlo, cioè la “proprietà”. Il pane soddisfa il bisogno di mangiare comune a tutti gli esseri viventi. Il diritto di pretendere, che distingue l’uomo dalla bestia, soddisfa il bisogno di giustizia, il bisogno della certezza del diritto e conferisce all’uomo la dignità giuridica di essere “soggetto”, non “oggetto”, di diritto”.
“Si realizza così la società organica della democrazia integrale in cui il popolo non ha solo la sovranità politica, ma anche quella monetaria. (cfr. G. Auriti: “Il Paese dell’Utopia, la risposta alle cinque domande di Ezra Pound”, Tabula fati, Chieti 2002, p.39 e ss.). L’unica condizione perché questo progetto si realizzi è che gli operatori non facciano parte della categoria, storicamente nefasta, dei camerieri dei banchieri”. (5)

Quest’ultima indispensabile condizione è per noi, nel solco di quanto insegnato dal professore di Guardiagrele, imperativo categorico e premessa di una quotidiana missione politica, a ciò si aggiunga la speranza che queste puntualizzazioni, scaturite dal ritorno ad Auriti, possano fornire al pellegrinaggio armato che abbiamo intrapreso le armi più adatte, perché forgiate da un artigiano che conosceva bene la materia da lavorare, il terreno e gli scopi ultimi della battaglia.
Solo se saremo capaci di incarnare valori, di condurre trasmettendo fiducia, di riedificare autentiche e concrete forme di solidarietà, potremo affrontare adeguatamente l’imminente, inevitabile tracollo.

*Vicesegretario nazionale Forza Nuova

Note

(1) Lenin: “Materialismo ed empiriocriticismo”, Vol. XIII, pp. 119-120 e 288 citato, così come Marx, da Stalin, in: “Materialismo dialettico e Materialismo storico “, nell’edizione russa
(2) Giacinto Auriti: “La proprietà di popolo”, p. 10, edizioni Thule, Palermo 1977
(3) Ibidem: “La piramide rovesciata, Stato socialista e non sociale”, tratto da: “Il valore del diritto”, edizioni Solfanelli
(4) Ibidem: “Moneta al popolo” – https://www.youtube.com/watch?v=IH6veVRhcU0
(5) Ibidem: “Lettera aperta ai vescovi” – http://www.simec.org/sim/iniziative-del-professore/27-lettera-aperta-ai-vescovi.html

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