Nagorno-Karabakh: la comunità armeno-cristiana sotto attacco

5 apr – Francesco Trupia* –

Dalle prime ore del mattino del 2 Aprile una nuova escalation di violenza sta infiammando l’Artsakh, regione a sud della più celebre area del Nagorno-Karabakh, abitata da popolazione armena.
La regione, secondo il diritto internazionale, fin dai tempi della caduta dell’Unione Sovietica, doveva far parte del territorio dell’Azerbaijan turcofono.
Nei fatti, invece, il 1992 sancisce l’inizio degli scontri tra la vicina Armenia e l’Azerbaijan per disputarsi l’area. Una grave crisi umanitaria condusse l’esercito armeno a travalicare i propri confini nazionali, occupando il territorio azero e creando una “zona cuscinetto” in difesa della propria comunità in quella zona. Si giunse, infine, ad una tregua (1994) che riconobbe l’enclave armena in territorio azero.
Se durante l’amministrazione sovietica la convivenza tra i due popoli era regolata dal potere centrale del Cremlino, la dissoluzione del regime comunista aprì uno scenario che nel Sud del Caucaso aveva assunto, fino a poche ore fa, la denominazione di “conflitto congelato”.
L’attuale nuova tensione, invece, iniziata sicuramente dal fronte azero e continuata con il contrattacco armeno, è al momento difficile da decifrare nelle sue dinamiche prettamente militari, soprattutto a causa delle reciproche accuse che provengono dai due governi centrali.

Il Nagorno-Karabakh, dopo essersi autoproclamato Repubblica Indipendente, armena e cristiana già nel 1991, continua a difendere un territorio storicamente occupato dagli armeni anche prima della dissoluzione dell’Unione Sovietica e al momento, a Stepanakert, capitale de facto della repubblica, centinaia di giovanissimi volontari vengono chiamati alle armi in difesa del proprio territorio.
Il quadro macroregionale, invece, appare abbastanza chiaro da comprendere, sottolineando i rischi di uno scontro che travalicherebbe il livello geopolitico periferico della vicenda.
Russia e Turchia, infatti, rispettivamente vicine ad Armenia e Azerbaijan, per motivi legati soprattutto alle tradizioni religiose dei due popoli, cristiani i primi e musulmani i secondi, giocano un ruolo fondamentale nel Karabakh. Se Putin ha già contattato le diplomazie di Erevan, capitale armena, e Baku, capitale azera, per una chiamata al “cessate il fuoco”, Erdogan appare restìo a seguire le orme del leader russo. A sua volta, l’intelligence di Erevan, così come avevano fatto molti analisti di politica internazionale, aveva da tempo anticipato un possibile attacco azero nella regione.

La momentanea e profonda crisi economica dell’Azerbaijan, legata soprattutto all’oscillare dei prezzi del mercato petrolifero, si accompagna agli alti rischi che il Paese, interamente musulmano, rischia di ricevere da parte dello Stato Islamico, che non ha mai negato di voler puntare proprio al Caucaso come possibile e nuova area di avanzamento.
Secondo fonti del governo armeno, l’attacco del 2 aprile sembra essere stato pianificato da Baku in modo da attirare l’attenzione della comunità internazionale, spostando così l’operato delle varie agenzie di intelligence internazionali all’interno di una zona ad alto “rischio attentati”, e richiamare l’attenzione della Turchia, fin troppo impegnata nella cattiva gestione dei rifugiati siriani, storico supporter dell’Azerbaijan turcofono nell’annoso conflitto in Nagorno-Karabakh. Una Turchia che, pochi giorni addietro, aveva lanciato un forte segnale alla comunità cristiano-armena, espropriando la più grande chiesa armena, di tutto il Medio Oriente.
La stessa Turchia che, nel relazionarsi alla comunità cristiana d’Armenia, non ha mai riconosciuto né gli attuali confini occidentali, delimitati geograficamente dal monte Ararat, né il genocidio del 1915, avvenuto poco prima del crollo dell’Impero Ottomano e che ha visto l’uccisione di circa 1 milione e mezzo di cristiani, tra cui assiri, yezidi nestoriani e curdi cristiani.

Gli interessi nel Caucaso sono diversi, così come lo sono i motivi di contrasto tra Turchia e Russia: si pensi al gasdotto che da Baku potrebbe attraversare la Georgia per raggiungere l’est della Turchia, momentaneamente bloccato dalla Russia che, pur non riconoscendo a livello internazionale la Repubblica del Nagorno-Karabakh, appare – soprattutto in ottica anti-turca -essere vicina alla comunità armena.
Una comunità, quest’ultima, che continua a resistere lungo le proprie trincee, combattendo ancora un conflitto di posizione in cui l’occupazione di pochi chilometri rappresenta una resistenza che testimonia l’autodeterminazione di un popolo contro storiche persecuzioni e continui soprusi.
Un popolo irriducibile, costretto a vivere in un’area di tradizionale instabilità: prima al confine tra blocco Nato e URSS e oggi circondato da due Paesi ostili, la Turchia a ovest (avamposto della Nato nell’area) e l’Azerbaijan ad est, con la sola Mosca come punto di riferimento politico-culturale ed economico.

*Dottore in Politica e Relazioni Internazionali, studia Philosophy on Global Affairs

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