Primo maggio 2015 e dintorni. Com’è fatta la nostra rivoluzione?

3 maggio – Giuseppe Provenzale* –

Di che natura è? Di quale pasta è fatta la nostra rivoluzione? Perché il nostro radicalismo rifugge, nello stesso momento, sia dalle devastazioni e dalla confusa ansia dei “diritti per tutti” dei cosiddetti centri sociali che dalla comoda opposizione parlamentare e parolaia della Destra che del sistema economico, mediatico, politico, sociale, e repressivo, è parte integrante?
La rivoluzione che auspichiamo, e costruiamo nel nostro piccolo a partire da noi stessi, non contiene in sé alcun significato sovversivo, anzi. Essa vuole essere una rivoluzione che ricostruisce, una rivoluzione positiva, di segno contrario rispetto alle derive astratte e mitologiche riconducibili alla rivoluzione francese, i cui esiti contemporanei hanno ulteriormente esasperato, in modo sempre più irrazionale e insano, le originarie premesse già sovvertitrici della stessa antropologia umana naturale.
Vogliamo declinare in termini attuali una concezione politica, perché spirituale, autenticamente tradizionale.
Riconoscendo nel liberalismo e nel marxismo, e nei loro derivati, un’identica matrice, oggi, se possibile, ancor più evidente, non facciamo sconti né alle destre liberali e atlantiste né alle sinistre.
Contestando alle prime la mancanza di un’opposizione integrale al sistema – in termini economici, sociali, politici, oltre che sul piano fondamentale degli attuali schieramenti internazionali, scaturiti dalla sconfitta della seconda guerra mondiale – e alle seconde l’ atavica mancanza della necessaria coscienza nazionale che impedisce pure alla parte meno peggiore di esse (quella sinceramente anticapitalista, guarita da certe derive post sessantottine, e adoratrici del caos, che individuano nell’immigrato clandestino un nuovo soggetto rivoluzionario e non un oggettivo nemico dei diritti acquisiti dal lavoratore italiano) di liberarsi dai limiti del fondamentalismo economicista e dalla tara storico-culturale del cosiddetto antifascismo.

Ad entrambe, rimproverando il persistere di una visione materialista incapacitante, più o meno diffusa e consapevole, che non consente di interpretare il necessario ruolo che un’integrale opposizione allo status quo richiederebbe.
Oltre che nel nostro quotidiano profilo d’azione e nella nostra elaborazione analitico-dottrinale – lontane anni luce da simpatie atlantiste, sioniste e fallaciane, pur nella nostra opposizione ferma all’invasione islamica – un piccolo, ma concreto, esempio visibile della nostra specificità lo abbiamo fornito proprio in occasione dell’appena trascorso primo maggio di questo anno 2015: con i due cortei di Lotta Studentesca a Brescia e a Foggia – le cui immagini sono sufficienti da sole ad illustrare la radicale differenza tra i nostri giovani, troppo spesso demonizzati, e quelli, altrettanto spesso giustificati, delle devastazioni milanesi – e con la vivace contestazione che ha preceduto la pseudo “Festa del lavoro” che una Triplice sindacale ormai da tempo imbolsita e complice ha imbastito a Pozzallo, seconda solo a Lampedusa nella classifica della cosiddetta “accoglienza” – con scarso successo, in verità, nonostante i potenti mezzi di cui dispone – trasformandola in uno stanco rituale dedicato all’immigrato clandestino.
Sulla scia di questi esempi si consolida la nostra condotta, si conferma la nostra linea, prosegue il radicamento della nostra rivoluzione.

*Vicesegretario nazionale
Forza Nuova

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