L’opera sociale di Evita Perón

26 luglio – Giuseppe Provenzale* –

Il 26 luglio di 63 anni fa, Evita Perón lasciava fisicamente il suo popolo; il suo straordinario spirito di sacrificio costituisce un esempio fondamentale per tutti noi e per le donne forzanoviste dell’associazione nazionale che ad esso si ispira. La ricordiamo, pubblicando questo breve scritto tratto dal fascicolo “La dama de la esperanza”.

L’OPERA SOCIALE

“Perón cumple
Evita dignifica”

Con genuina passione, Evita si adoperò senza perdere tempo per i più poveri; inizialmente motivata da un volontarismo passionale che di lì a poco assumerà i precisi connotati di una vera e propria azione rivoluzionaria.
Cominciò col raccogliere, in un garage della Casa Rosada, il palazzo presidenziale, ogni genere di beni da distribuire agli indigenti, classificando minuziosamente ogni cosa all’interno di quello che chiamerà “negozio delle delizie”. Da ogni angolo della nazione le giunsero, presso la Segreteria del Ministero del Lavoro e del Benessere Sociale, lettere contenenti richieste di ogni tipo, che provvederà a soddisfare una per una, dalle più importanti alle più frivole; trasformò se stessa in un ponte tra il popolo e il Governo, tra i poveri più poveri e lo stesso Perón, avendo conosciuto in prima persona cosa fossero la fame e l’estrema miseria.

L’Argentina del tempo era un Paese arretrato e poverissimo dominato da un’oligarchia di potere al servizio di Stati Uniti e Gran Bretagna le cui numerose Compagnie private possedevano la Banca Centrale, la Compagnia dei telefoni e tutti i trasporti pubblici, ferrovie comprese. Gli inglesi, in particolare, controllavano i due terzi degli investimenti stranieri, in un Paese in cui quasi il 60 % di tutti gli investimenti industriali, e un terzo dei relativi profitti, ottenuti con il sudore dei lavoratori argentini, veniva trasferito oltremare sotto forma di dividendi. Una terra ricca di risorse concentrate nelle mani di pochi, la cui economia era strozzata dal controllo anglo-americano sulle industrie principali: dell’inscatolamento, navale, delle assicurazioni e dei servizi pubblici; una nazione la cui popolazione mancava in tutti i settori di ogni seppur minima assistenza sociale, percependo salari da fame che la costringevano a livelli di vita indegni per un essere umano. In questo contesto, il programma peronista di rinascita nazionale e sociale non poteva non basarsi sulla necessaria valorizzazione, nobilitazione, del lavoro e dei lavoratori (“Noi dividiamo il Paese in due categorie: quella degli uomini che lavorano e quella che vive alle spalle degli uomini che lavorano. Di fronte a questo stato di cose, noi ci siamo schierati dalla parte degli uomini che lavorano”, usava ripetere il Presidente argentino) e sulla piena sovranità politica ed economica.
Ai consistenti aumenti salariali già stanziati ai tempi in cui Perón era Ministro del lavoro se ne aggiunsero altri spesso decisi dalla stessa Eva che, pur non ricoprendo incarichi ufficiali, dall’alba al tramonto lavorava senza sosta per i suoi descamisados.
Agli aumenti si aggiunsero le ferie, le vacanze pagate dallo Stato per l’intera famiglia del lavoratore e l’assistenza sanitaria totalmente gratuita; oltre alle scuole, alle mense per gli studenti, alle colonie estive.

La CGT, il sindacato peronista, raggiunse i cinque milioni di iscritti e le folle che si radunavano in Plaza de Mayo, davanti alla Casa Rosada, scandivano anche il nome di
Evita accanto a quello del marito che non mancava di lodarne l’instancabile attività: “Evita merita una medaglia per quello che ha fatto per il lavoro. Vale per me più di cinque ministri”. L’azione congiunta della coppia demoliva, poi, pezzo per pezzo le vecchie disuguaglianze economiche, liberando l’Argentina dal suddetto controllo straniero e avviando così la costruzione di una coscienza nazionale fino ad allora inesistente; ed è in quest’ultimo contesto che vanno ricordate anche le numerose nazionalizzazioni, fra cui quella importantissima delle ferrovie, che consentirono allo Stato di assumere il controllo dei settori vitali dell’economia e, di conseguenza, una inedita indipendenza politica. Evita dichiarò “finiti i giorni in cui i nostri destini potevano essere decisi a migliaia di chilometri dalle nostre spiagge; oggi noi argentini siamo gli artefici del nostro destino”.

Il 1949 fu l’anno d’istituzione della Fondazione “Evita Perón”, un’opera di assistenza che, ben lontana dall’essere un istituto di beneficenza, ricoprì un ruolo determinante nell’edificazione di un’identità popolare, di una vera e propria coscienza di popolo. La Fondazione era infatti basata sulla reciproca collaborazione fra le differenti categorie della società e del mondo del lavoro argentini che contribuivano vicendevolmente a sostenere le fasce più deboli della popolazione, finanziando così numerosissime iniziative di concreto sostegno, morale ed economico, rivolte in modo particolare ai bambini e agli anziani, oltre che alle ragazze madri. La Fondazione ricavava buona parte dei suoi fondi direttamente dalle offerte dei lavoratori che erano ben contenti di rinunciare al pagamento di una giornata di lavoro, sapendo che il denaro così raccolto sarebbe stato speso per il bene del popolo. L’importanza di questa immensa opera di assistenza sociale è straordinaria, essa non agisce secondo un freddo meccanismo funzionale a una determinata classe sociale e a detrimento di un’altra, né si può definire come un organismo statico che si occupi di procurare un momentaneo ed effimero sollievo o del sostegno arbitrario; si tratta piuttosto della concreta realizzazione della vocazione autentica di una donna il cui spirito, la generosa intelligenza e la singolare sensibilità non attendevano che l’ora propizia per manifestarsi compiutamente. Attraverso la Fondazione che portava il suo nome, Eva Perón, alimentandosi della dottrina peronista, riuscì a realizzare senza limitazioni di sorta desideri e ideali fino ad allora inespressi o solo latenti.
Evita stessa, del resto, sorse dal popolo e al popolo appartenne e, del popolo, conobbe intimamente i problemi e la viva essenza che lo nutre: “Non so se potrò portare a termine tutto quanto ambisco per il bene dei nostri lavoratori, però so, che lotterò, giorno e notte, per creare lungo tutte le vie della Patria, istituti della Fondazione che ho l’onore di presiedere”.

E sotto gli occhi commossi di tutti gli argentini i suoi sogni assunsero forma, animo e vigore, materializzandosi in una incredibile e rapidissima successione di Focolari, scuole, policlinici, abitazioni operaie, città infantili, “Focolari per i vecchi”, Cliniche di Rieducazione Infantile, “Focolari di Transito”, città studentesche e universitarie diffusi in ogni zona del Paese; 50 milioni di dollari spesi in meno di due anni, mille scuole e 18 pensionati costruiti in provincia, 4 policlinici a Buenos Aires ed altri nove, sempre in provincia, sono solo alcuni dei numeri indicativi dell’impegno profuso. Moltissime famiglie si salvarono dalla miseria, dal degrado morale e dalla delinquenza, l’azione sociale di Evita dimostrava con chiarezza che è spesso sufficiente la volontà di pochi per lenire le sofferenze di molti.
Ebbe a dire ad un giornalista: “A volte nei miei viaggi ho visto negli occhi di bambini, donne e anche uomini un’espressione di adorazione, come se fossi un essere soprannaturale. Credo che accada precisamente perché la differenza tra le condizioni di vita in Argentina nei giorni dell’oligarchia e adesso, è talmente evidente per le menti semplici e umili, quanto la differenza tra il naturale e il soprannaturale”.
A questo proposito è interessante trascrivere il testo di un’intervista del 1964, nove anni dopo la definitiva caduta di Perón, rilasciata al periodico “Newsweek” dal magazziniere Saturnino Astorga che di fronte ad un malizioso e antifascista giornalista americano illustrava semplicemente quello che milioni di argentini sanno molto bene: “Quando mi sono sposato nel 1948, mia moglie ed io eravamo così poveri che un sorso di latte era un lusso. Non riuscivamo a risparmiare neppure i pochi centesimi al mese per una corsa in autobus per visitare i genitori di lei. Poi venne Perón. Evita mi diede questa casa, il mio salario quintuplicò. Vivevamo come esseri umani. Grazie ai Perón, fui in grado di comprare mobili e un frigorifero, mio figlio andò alle scuole costruite dal Governo e poté mangiare pagando poco nelle mense sostenute dal Governo, tutta la famiglia godeva di due settimane di vacanze pagate e le spese mediche erano a carico dello Stato. Nessuno dei politici dopo Perón ha fatto qualcosa per me. Sono peronista al cento per cento e lo sarò sempre”.

*Vicesegretario nazionale
Forza Nuova

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