Kosovo, breve storia e illegittimità giuridica di una recente indipendenza

4 nov –
Alessio Pistilli* –

Il 17 febbraio 2008 fu unilateralmente proclamata l’illegittima indipendenza del Kosovo che costituisce, in aperta violazione con il diritto internazionale, un pericoloso precedente, portatore d’instabilità in tutte quelle Nazioni, come ad esempio la Spagna con la Catalogna o l’Italia con l’Alto Adige, che si trovino a dover far fronte a spinte secessioniste.

La questione kosovara è di strettissima attualità in quanto rappresenta la prova tangibile dei pericoli derivanti dall’islamizzazione dell’Europa, dall’egemonia del potere massonico e dall’immigrazione di massa che, se non contrastati culturalmente, giuridicamente, demograficamente e militarmente, renderanno le attuali popolazioni europee minoritarie e schiave in quelle che non saranno più le loro Nazioni.
Per comprendere appieno questi fenomeni mi è parso opportuno, per una migliore intelligibilità, separare la questione storica da quella strettamente giuridica.

Cenni storici
Il Kosovo, situato a ridosso di quel che resta della Serbia e l’Albania, ha da sempre rappresentato la culla della civiltà serba anche in virtù della presenza di una miriade di monasteri ortodossi, purtroppo in parte oggi andati distrutti a causa del vandalismo dei musulmani albanesi.

Con l’indebolimento dell’Impero bizantino venne colonizzato dagli slavi e divenne parte del regno medievale di Serbia e dell’Impero serbo.
La stessa origine del nome è esplicativa: “Kosovo Polje”, la Piana dei Merli, è il luogo simbolo della resistenza serba contro l’invasione islamica a causa della quale, nel 1389, nel perdente scontro con i turchi, trovò la morte il principe Lazar Hrebeljanović, eroe serbo e santo martire della Chiesa Ortodossa; forgiò l’orgoglio nazionale.
Proprio questa invasione durata circa cinque secoli è all’origine della perdita della sovranità serba sul Kosovo che, come si evince da alcuni censimenti e da innumerevoli reperti archeologici, era abitato per la quasi totalità da popoli slavi i quali, restii alla dominazione ottomana, subirono pesanti discriminazioni.
Molti serbi vennero scacciati dalle proprie terre per lasciar spazio agli albanesi convertitisi all’Islam mentre altri furono costretti ad abbandonare in massa la regione, avendo i serbi sostenuto gli austriaci verso la fine del ‘600 nella sfortunata guerra contro i turchi.
Inoltre, al termine del secondo conflitto mondiale, Tito vietò alla stragrande maggioranza dei profughi serbi di tornare nelle proprie abitazioni convinto che “una Serbia debole equivalesse ad una Iugoslavia forte”.
In considerazione di ciò, lo status costituzionale del Kosovo nell’ambito della ex Repubblica federativa socialista di Iugoslavia culminò, dopo un’autonomia più attenuata, con il riconoscimento, Costituzione iugoslava del 21 febbraio 1974, di “Provincia socialista autonoma” nell’ambito della Provincia socialista di Serbia.
Questa grande autonomia non era però paritaria con quella delle sei repubbliche costituenti le quali disponevano del diritto costituzionale di secessione di cui peraltro fecero legittimamente uso; anche la Costituzione del 1992 non consentiva la secessione kosovara.
Con la dissoluzione del comunismo, gli albanesi del Kosovo, minoranza nel contesto della Iugoslavia e della Serbia, ma grande maggioranza nella suddetta provincia, incominciarono così a dar vita ad una forte opposizione al governo di Belgrado guidato da Milosevic il quale morì nel carcere di Scheveningen l’11 marzo 2006, per cause ancora non del tutto chiarite….
Va osservato che, dopo il boicottaggio delle istituzioni serbe, l’assemblea provinciale kosovara dichiarò, con il riconoscimento della sola Albania, l’indipendenza della Repubblica del Kosovo già nel Luglio del 1990, con l’intento di secedere dalla Serbia ma non dalla Federazione iugoslava.

La Lega Democratica del Kosovo di Ibrahim Rugova, facendo seguito ad altre illegalità di tipo formale, dal 1995 decise di abbracciare la lotta armata, dando così vita all’UCK che si rese responsabile nel corso degli anni di numerose nefandezze in danno della polizia serba, condannate dal Consiglio di Sicurezza delle Nazioni Unite (Risoluzione 1160 del 1998); la condanna ineriva anche agli atti di sostegno alle attività terroristiche posti in essere da soggetti terzi.

La Comunità internazionale con l’acuirsi dello scontro armato tra le truppe serbe e i combattenti albanesi decise d’intervenire con l’intento, espresso anche da parte del Consiglio di Sicurezza dell’ONU, di far cessare le violenze rispettando “l’integrità territoriale iugoslava”.
La NATO invece, esprimendo almeno formalmente pieno sostegno agli incontri di Rambouillet, affermò che, se non fossero state rispettate le richieste della comunità internazionale, il Segretario Generale avrebbe potuto autorizzare dei bombardamenti sul territorio della Federazione.

Si specifica che il testo dell’accordo proposto alle parti sotto la minaccia dell’uso della forza, anche se accettato, avrebbe comunque portato alla sua nullità ex articolo 52 della Convenzione di Vienna sul diritto dei trattati.

Ad ogni modo, l’accordo non venne raggiunto anche in virtù di quanto riconosciuto dagli stessi mediatori in quanto, pur prevedendo formalmente la concessione di una larga forma di autonomia e il rispetto dell’integrità territoriale della Federazione iugoslava, in realtà, subdolamente, apriva la strada ad una consultazione referendaria, e quindi alla possibile indipendenza kosovara, nonché al dover accettare lo schieramento di truppe straniere sul territorio iugoslavo, pena bombardamenti.

In particolare, l’appendice B al capitolo VII del testo negoziale (art. 8) attribuiva alla forza NATO immunità completa e il diritto di libero ed illimitato passaggio su tutto il territorio della Repubblica di Iugoslavia, compreso lo spazio aereo e le acque territoriali.
La parte iugoslava, che giustamente non voleva subire alcun tipo di diminuzione della propria sovranità, derivante dall’instaurazione di un protettorato internazionale, abbandonò quindi i negoziati.
Da più parti si sostenne che il testo dell’accordo, per le ragioni evidenziate, costituisse un pessimo esempio di documento diplomatico, redatto al solo fine di fornire una scusa per iniziare i bombardamenti.
Così, al termine dell’attacco armato NATO contro la Federazione Iugoslava, in conseguenza dell’accordo di Kumanovo, il 10 giugno 1999, il Consiglio, con la sola astensione della Cina, adottò la Risoluzione 1244 ai sensi del capitolo VII della Carta.
Venne pertanto previsto il dispiegamento in Kosovo di una presenza internazionale civile, ovvero l’amministrazione transitoria delle Nazioni Unite (UNMIK), affiancata ad una presenza militare, la KFOR, posta sotto il comando della NATO.
Va rilevato che, nonostante la risoluzione prevedesse la sola autonomia, la smilitarizzazione di ambo le parti e il solo mantenimento dell’ordine e della sicurezza tra le diverse etnie (par.9), l’UNMIK creò di fatto le premesse per l’indipendenza del Kosovo.

Il processo che portò i serbi alla progressiva e definitiva perdita di controllo sul Kosovo incominciò con la confisca, senza indennizzo, di tutti i beni appartenenti alla RFI nel territorio kosovaro e con l’investitura, in favore del rappresentante del Segretario Generale ONU, dell’autorità legislativa, esecutiva e giurisdizionale, nonché del potere di nominare gli incaricati di funzioni amministrative civili.
Il potere giudiziario in Kosovo, così come disciplinato dall’UNMIK, non risultava conforme agli standard posti dagli UN Basic Principles sull’indipendenza del potere giudiziario e dalla Carta del Consiglio d’Europa sullo statuto dei giudici.

Proseguendo con la trattazione, oltre all’esibizione di bandiere albanesi accanto a quelle delle Nazioni Unite negli edifici dell’UNMIK con i successivi regolamenti, si autorizzò la KFOR ad arrestare tutte le persone responsabili di turbamento dell’ordine pubblico e della sicurezza; l’UNMIK invece assunse il controllo delle dogane alla frontiera con la Macedonia e l’Albania.
Vi fu l’apertura senza consultazione di un collegamento aereo diretto tra Pristina e Tirana da parte dell’Albanian Airlines e venne anche stabilito che il dinaro iugoslavo fosse soppiantato dal marco tedesco come moneta ufficiale della provincia.
Il Governo di Belgrado, inoltre, protestò per la presenza nella provincia di rappresentanti ufficiali di Stati ed organizzazioni internazionali che non avevano né chiesto, né tanto meno ottenuto, alcun visto di autorizzazione da Belgrado; a volte si trattava di esponenti di Paesi con cui la RFI non intratteneva relazioni diplomatiche.

Oggetto della contesa fu anche l’imposizione per i rappresentanti diplomatici di un’ulteriore autorizzazione per svolgere le loro funzioni in Kosovo, oltre il normale accreditamento diplomatico presso le autorità di Belgrado.
Va infine rilevato come non abbia mai ricevuto attuazione la previsione contenuta nella risoluzione 1244 avente ad oggetto il ritorno in Kosovo delle forze militari iugoslave, con compiti di controllo dei confini internazionali e dell’attività doganale.
Il Consiglio dell’Unione europea del 16 febbraio 2008 decise, infine, di varare la missione EULEX.
Indi, la Federazione iugoslava (poi divenuta Serbia-Montenegro ed infine Serbia) fu de facto esclusa, contro la sua volontà, da qualsivoglia potere sovrano sul Kosovo.
Si sviluppò così il processo che, nonostante le assicurazioni dell’allora Segretario Generale dell’ONU Annan e delle successive risoluzioni, portò il Parlamento di Pristina, il 17 febbraio 2008, a sancire unilateralmente l’indipendenza del Kosovo.

Disamina giuridica
Nel corso di tale disamina si verificherà se l’indipendenza del Kosovo sia stata legittima dal punto di vista del diritto interno, ma soprattutto da quello del diritto internazionale.

Quanto al primo aspetto, il Kosovo nel 1974 godeva di uno status di autonomia molto ampio in seno alla Repubblica socialista federativa di Iugoslavia, poi cancellato nel 1989.
Tanto con la Costituzione del 1974, quanto con quella del 1992, non era menzionato nessun diritto della provincia alla secessione; conseguentemente, mentre la secessione del Montenegro ha un fondamento interno, quella del Kosovo appare illegittima.
Relativamente al rispetto del diritto internazionale va osservato che l’accesso all’indipendenza è una questione di fatto, dipendendo dalla capacità del nuovo Stato di esercitare il potere di governo sul proprio territorio e la propria popolazione, libero da interferenze esterne, non potendo il diritto internazionale autorizzare o vietare il verificarsi della secessione; in poche parole il nuovo Stato deve godere dell’effettività.
Occorre rilevare che la dottrina maggioritaria concorda nel ritenere che il Kosovo non presentasse questo requisito basilare data la corposa presenza militare estera di cui si è avuto modo di trattare nella parte storica; ciò trova ulteriore conferma tenendo conto dell’instabile situazione attuale essendo divenuto il Kosovo un punto di snodo fondamentale per le organizzazioni internazionali dedite al contrabbando, al traffico di droga e organi, allo sfruttamento della prostituzione, oltre che “all’esportazione” di combattenti per l’ISIS.

Il divieto di appoggio agli insorti, puntualmente attuato dagli USA e da altri Stati in spregio di ogni regola, è invece previsto: 1) nella Dichiarazione sull’inammissibilità dell’intervento negli affari interni degli Stati e sulla protezione della loro indipendenza e sovranità del 1965; 2) nella Dichiarazione sulle relazioni amichevoli tra gli Stati; 3) nella Dichiarazione sulla definizione del principio di aggressione del 1974; 4) nell’art. 3 par. 2 del II Protocollo addizionale alle Convenzioni di Ginevra del 1949, relativo ai conflitti armati non internazionali.

L’illiceità delle azioni compiute a sostegno degli insorti, in contrasto col principio di non intervento, è stata inoltre affermata dalla Corte Internazionale di Giustizia nel caso delle Attività militari e paramilitari in e contro il Nicaragua.
In dottrina si è affermata la nullità delle secessioni avvenute in conseguenza dell’uso della forza da parte di Stati terzi, poiché si violerebbe una norma di jus cogens, ovvero l’articolo 2 paragrafo 4 della Carta delle Nazioni Unite.
Occorre aggiungere che la Dichiarazione sulle relazioni amichevoli degli Stati, nella parte relativa all’autodeterminazione, al paragrafo 8, afferma che: ogni Stato deve astenersi da qualunque azione tesa a distruggere l’unità o l’integrità territoriale di un altro ente sovrano.
Va inoltre ricordato che il diritto all’autodeterminazione è riconosciuto soltanto ai popoli sottoposti a dominazione coloniale o straniera, oltre a quei casi particolari nei quali la minoranza, il territorio e il popolo siano soggiogati in violazione del diritto internazionale in maniera talmente penetrante, ramificata e sistematica da minacciare concretamente la loro stessa esistenza, senza che vi sia la concreta possibilità che la discriminazione abbia mai fine.

Tenendo conto di tali risultanze, va ricordato in primis come la comunità albanese costituisca una maggioranza etnica solo in Kosovo, mentre sull’intero territorio della Serbia essa rappresenti una minoranza.
Peraltro, nonostante la presenza della KFOR e dell’UNMIK prima e della missione Eulex poi, la sostanziale coincidenza tra popolazione albanese e territorio kosovaro è stata raggiunta mediante una sistematica sopraffazione dei serbi.
Questa, avvenuta tra il 1999 e il 2004, ha comportato la loro forzata espulsione, l’occupazione delle loro abitazioni, nonché la distruzione delle chiese e dei monasteri ortodossi; l’oramai esigua minoranza serba è costretta a sopravvivere asserragliata in alcune enclaves, tra le quali quella di Mitrovica.
Oltretutto, non risulta che i cittadini albanesi kosovari siano stati sottoposti, da parte delle autorità serbe, ad una discriminazione talmente sistematica, ramificata e penetrante da giustificarne la secessione.
Il rapporto reso dal Segretario Generale delle Nazioni Unite, del 17 marzo 1999, depone in tal senso escludendo pertanto la commissione di “gross violations” serbe.
Per quanto concerne l’emergenza umanitaria c’è infatti da dire che questa era sì in rapido peggioramento, visto che gli attacchi venivano sempre più diretti verso i civili, però la situazione venne considerata da più parti semplicemente come un uso sproporzionato della forza in risposta agli attacchi dell’UCK i quali, a loro volta, attaccavano i civili serbi.
Va ancora evidenziato come il Segretario Generale in questo suo rapporto non abbia mai parlato di pulizia etnica, di uccisioni di massa su larga scala, di crimini sistematici, di genocidio.

Anche le sentenze di assoluzione emesse dai tribunali internazionali nei confronti di esponenti serbi, tra queste quella in favore di Milan Milutinovic, dimostrano come dei crimini siano stati commessi, ma non in maniera così sistematica e penetrante da poter giustificare l’ipotesi secessionista.
Inoltre, come si è già avuto modo di scrivere nella parte storica, a Rambouillet il governo serbo si era dimostrato favorevole a riconoscere l’autonomia della provincia kosovara che sarebbe stata concessa se non fossero state incluse le iniquità citate nella parte storica alla quale si rinvia.

Dall’analisi svolta si può agevolmente comprendere come la secessione del Kosovo non rientri in nessun modo nei tre casi, sopra indicati, attraverso i quali sia possibile invocare il diritto all’autodeterminazione.
Di conseguenza, il rispetto del principio dell’integrità territoriale avrebbe dovuto essere rispettato, visto il suo importante ruolo nel rendere proceduralmente corretti gli stessi fenomeni di secessione.
Tenendo sempre bene a mente la conclusione alla quale si è appena arrivati, è anche rilevante notare come il Consiglio di Sicurezza abbia sempre evidenziato che l’obiettivo finale degli sforzi diplomatici della comunità internazionale fosse il riconoscimento di una sostanziale autonomia amministrativa del Kosovo e, quindi, non della sua indipendenza.

Tutte le risoluzioni hanno altresì qualificato le azioni dell’UCK come atti di terrorismo; conseguentemente l’esercito di liberazione del Kosovo non poteva essere considerato quale movimento di liberazione nazionale.
Infine, va rilevato, sempre facendo riferimento alla sopra riproposta tesi neutralista, come gli Stati che hanno proceduto al riconoscimento del Kosovo non abbiano mai fatto riferimento al diritto di autodeterminazione, e quindi alla possibile indipendenza, per risolvere le loro problematiche interne con le minoranze.
Questo principio, del resto, non è stato applicato neanche a parti inverse relativamente al caso della Republika Srpska in Bosnia Erzegovina.
Questa palese contraddizione, dettata da chiari interessi egoistici e politici, deve far riflettere, poiché se l’aspetto giuridico fosse stato preferito a quello politico, tutto questo forse non sarebbe avvenuto.
Di segno politico appare anche il parere non vincolante della Corte Internazionale di Giustizia del 22 luglio 2010 in quanto la Corte, la quale non si è volutamente e significativamente pronunciata né sulla questione dell’esistenza del Kosovo come Stato indipendente né sulla legittimità del riconoscimento da parte di terzi, ha affermato che la dichiarazione d’indipendenza del Kosovo non infrange da sola il diritto internazionale né la risoluzione 1244 dell’Onu.
Tuttavia, la medesima risoluzione 1244 subordinava la soluzione della crisi kosovara al rispetto della sovranità serba in aderenza con i più elementari principi del diritto internazionale… Sarà stata soltanto una svista?!

*Dottore in Giurisprudenza

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