Jobs Act? No; serve una vera riforma del lavoro

In tempi di Jobs Act (tentativo pseudo miracolistico di avviare una pur necessaria riforma del lavoro, fondandola, tuttavia, su una dottrina economica che – mettendo al centro il profitto e non la potenza dello Stato, inteso come comunità nazionale, coniugata con il benessere individuale – non è affatto antitetica a quella che ha generato l’attuale disastroso stato di cose) Forza Nuova esprime il proprio punto di vista sul tema lavoro-produzione, proprio a partire da una visione integrale dell’economia nazionale.

Tutti, anche in una logica legata esclusivamente al contrasto della deflazione che uccide i consumi, devono oggi fare i conti con la giungla contrattuale del precariato permanente, creata in questi lunghi anni di strapotere della grande finanza e di sudditanza della politica, e puntare a creare posti di lavoro stabili e fondati su incentivi alle imprese che rendano preferibile l’assunzione a tempo indeterminato, se non altro perché sarebbe difficile per il sistema turboliberista conservare se stesso; ma – pur senza trascurare i forti dubbi che gravano sul cammino dei decreti attuativi e sulle garanzie per i lavoratori, su cui anche il PD si sta spaccando, previste da un art. 18, ormai per lo più abolito nei fatti – il vero problema che riguarda ogni progetto di riforma del lavoro resta, a nostro avviso, quello della visione complessiva della questione lavoro-produzione.

Uno Stato che si rispetti non può che essere una “persona morale”, soggetto economico – anche se non l’unico – nel suo contenuto etico-organico, della comunità nazionale che in esso dovrebbe realizzarsi come comunità di vita e di lavoro; in caso contrario esso si limita a regolare i contingenti rapporti di lavoro, e/o ad apportare correttivi, senza minimamente mettere in discussione i meccanismi e gli interessi che li hanno generati e, per di più, vedendo il lavoratore sempre come un soggetto passivo da controllare, spiare e mai da coinvolgere nella gestione e nella proprietà “spirituale” dell’azienda.

Senza eliminare la figura dell’imprenditore che rischia in proprio, è necessario rivoluzionare la stessa sostanza del concetto di “lavoratore”, ripensarne il ruolo, incentivando consapevolmente la creazione di un nuovo ceto produttivo che, apportando all’impresa il valore altrettanto importante del lavoro, venga retribuito, oltre che con il giusto salario, anche con una parte degli utili derivanti dall’attività dell’azienda e rappresentato in modo da poter partecipare ai consigli aziendali, secondo un’ ottica di cogestione che metterebbe fuori gioco il ruolo delle lobby sindacali.
Un’ autentica riforma del lavoro, inoltre, non può non affrontare, nell’ottica nazionale che FN promuove, il problema delle delocalizzazioni, e le altre storture micidiali che la globalizzazione ha prodotto, né ignorare la necessità dell’emissione a credito, e non a debito come avviene, e da parte dello Stato della moneta.
Proponiamo, quindi, un estratto sul tema lavoro e produzione tratto dal nostro programma politico che prevede, tra le altre cose, l’istituzione di un Istituto di Ricostruzione Nazionale che affronti la materia secondo quella visione organica cui abbiamo fatto cenno:

“Per il rilancio del sistema produttivo nazionale proponiamo:

• L’ attuazione di un sistema di ripartizione degli utili – derivanti dall’attività produttiva dell’impresa – tra i lavoratori, avviando, così, una virtuosa e responsabile partecipazione dei dipendenti alle sorti dell’ azienda, ciò aumenterà inevitabilmente la motivazione di tutte le componenti, unite nell’intento di far crescere la propria impresa, con evidenti vantaggi per la crescita della produttività e dello sviluppo;

• In un sistema ormai decongestionato dal debito pubblico, in virtù della moneta emessa a credito dallo Stato, e con una circolazione monetaria adeguata ai bisogni dell’economia reale e in prospettiva di un conseguente abbattimento della pressione fiscale, l’applicazione di dazi alle imprese italiane che delocalizzino la produzione fuori dal territorio nazionale o che, pur producendo in Italia, non garantiscano l’utilizzo di almeno il 90% di manodopera italiana. Sono previsti, di contro, forti sgravi fiscali e agevolazioni nell’accesso al credito per tutte quelle imprese che assumano manodopera locale e/o che riportino sul nostro territorio aziende precedentemente delocalizzate;

• Per il prodotto italiano la garanzia di una rete di distribuzione locale a costi ridotti;

• Tassazione leggera per le imprese straniere che producano sul territorio italiano, assumendo manodopera italiana;

• Aggravi fiscali sulle rendite non derivate dal lavoro e dal risparmio, sugli immobili abbandonati ed i terreni incolti; le strutture produttive dismesse potranno essere espropriate dallo Stato, poiché la suddetta dismissione è lesiva della funzione sociale della proprietà;

• Che la titolarità delle imprese colpite da sentenza di fallimento, o che si trovano in condizione di crisi irreversibile, possa essere affidata a cooperative di lavoratori che ne cureranno la gestione secondo la legge, fatti salvi i diritti dei creditori e con le opportune agevolazioni creditizie;

• Che sia favorito, fatti salvi i diritti alla proprietà e all’iniziativa private e per le imprese di interesse e rilevanza nazionale, l’intervento statale nell’iniziativa privata, tramite un Istituto di Ricostruzione Nazionale, allo scopo di garantire e proteggere il lavoro, nei casi di cattiva gestione o deficit delle aziende suddette, con opportuni interventi di sostegno economico, pianificazione e rilancio dell’impresa “.

Giuseppe Provenzale
Vicesegretario nazionale
Forza Nuova

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