Grecia, le minacce USA piegano il governo

Giuseppe Provenzale* 21 febb –

“Il segretario Usa al Tesoro mi ha detto che un mancato accordo danneggerebbe la Grecia. Ha aggiunto che danneggerebbe anche l’Europa. Un avvertimento a entrambi!”.
Così il ministro greco delle Finanze, Yanis Varoufakis, ha commentato su Twitter il contenuto dell’ ormai celebre, e chiaramente minacciosa, telefonata ricevuta da Jack Lew.
Il potente ministro dell’economia del Paese responsabile principale della crisi globale (ebreo ortodosso, cosa di certo non rara a certi livelli negli USA) non aveva certo l’obbligo di intervenire nei giorni di fuoco che hanno caratterizzato la difficile trattativa messa in atto dal governo Tsipras – nel tentativo di dare seguito al proprio programma antiausterità, in contrasto con le logiche eurocratiche che non ammettono compromessi, ma solo cedimenti del più debole – ma ha fatto la voce grossa per scongiurare l’effetto di alcuni atti coraggiosi e inediti, volti a difendere gli interessi di una Grecia da tempo alla fame, schiacciata dal debito e dall’euro, che, dopo lo strizzar d’occhio a Putin, avevano raggiunto il culmine con il rifiuto di firmare l’accordo del 16 febbraio.

L’intervento minatorio di Washington ha, quindi, di fatto, sbloccato una situazione di stallo, seguendo una metodologia gangsteristica (“È il momento di passare ai fatti” è un altro dei passaggi chiave della telefonata), rivelatrice, da un lato, dell’interessata preoccupazione del padrone per i capricci di una colonia periferica dell’impero, il cui esempio ribelle poteva essere imitato, e, dall’altro, dell’impossibilità di contrapporsi al triste destino programmato per i PIIGS (Portogallo, Irlanda, Italia, Grecia, Spagna ndr), dalla Troika e dal regista USA della schiavitù europea, se non mettendo in discussione lo stesso quadro globale, scaturito dagli esiti, disastrosi per l’intera Europa, della seconda guerra mondiale.
L’accordo ponte di 4 mesi, infine sottoscritto, che rimanda tutto all’estate, quando maturerà il grosso del debito greco, non è, quindi , in fondo, molto diverso da quello che non era stato firmato lunedì scorso, le novità sono più lessicali che sostanziali (si parla, ad esempio, di generiche “istituzioni”, non più di Troika).
La Grecia assapora una micidiale cicuta, acquistata per contratto e ad effetto solo leggermente ritardato, e prende tempo. Spera forse che i previsti cambiamenti politici in Spagna possano fornirgli quella sponda che nessuno dei Paesi dell’Europa del Sud, in primo luogo la serva Italia, ha osato offrirgli?
Noi, diversamente da quanto sembra credere il disperato esecutivo di Tsipras e Varoufakis, non nutriamo aspettative nella pur quasi certa vittoria di Podemos – troppo generica la sua piattaforma politica, prevalentemente concentrata sulla lotta, vero specchietto per le allodole, “Contro evasione fiscale e corruzione” e su una fantomatica “crescita”, cavalli di battaglia degli stessi poteri forti responsabili della crisi – ma siamo sicuri che la cavia greca troverà un’autentica possibilità di fuggire dall’esemplare laboratorio della tirannide, che FMI, BCE e UE hanno realizzato per la sottomissione dei popoli, solo dopo il definitivo fallimento dell’attuale governo e l’ascesa, ormai vicina, di Alba Dorata.
Oggi, il commento del ministro Padoan può servire a rappresentare la percezione dei ragionieri della grande finanza di fronte ad un pericolo scongiurato: “Siamo tutti vincitori, lo dico senza retorica: è un grande passo avanti per l’Europa; sono molto soddisfatto…”, confermando così quanto sosteniamo da tempo: il sistema della schiavitù a cui si vogliono condannare i popoli europei si può far crollare solo appoggiandosi, non solo a parole, alla concreta alternativa russa, rifiutando il debito e puntando al ritorno alla sovranità monetaria.

* Vicesegretario nazionale Forza Nuova

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