Fiore, Chiesa e immigrazione: “Mi unisco alle voci critiche interne”

Roma 9 settembre –
Roberto Fiore* –

Dopo l’appello lanciato da monsignor Nicolas Djomo, vescovo di Tshumbe e presidente della Conferenza Episcopale della Repubblica democratica del Congo, rivolto ai giovani africani (“il vostro continente ha bisogno di voi”) affinché non lascino il continente per andare in Europa e dopo quello di segno opposto, lanciato domenica scorsa, in cui invece Bergoglio giungeva ad aprire parrocchie e case religiose d’Europa ai profughi di ogni provenienza e cultura, aumentano le voci di dissenso con quest’ultima linea provenienti da varie autorità ecclesiastiche.
Il Papa “non conosce la situazione”, “non sono rifugiati”; “è un’invasione, vengono qui al grido di Allahu Akbar ci vogliono conquistare”, avverte Monsignor Laszlo Kiss-Rigo, Vescovo ungherese, in un’intervista al Washington Post .
“Dovremmo concentrarci su come aiutare le persone nel bisogno, ma prima di tutto nei loro Paesi, in condizioni naturali. Portarli in un altro Paese non è come aiutarli in patria.” E ancora: “Gli islamisti pensano che, ovunque vi siano islamici, c’è lo Stato Islamico”, gli fa eco Monsignor Henryk Tomasik, che guida la Fondazione “Kirche in Not” (Chiesa del Bisogno), Vescovo della Diocesi di Radom, in Polonia.
E non sono le sole voci in controtendenza rispetto alla posizione vaticana, già da tempo anche i vescovi della Slovacchia hanno invitato quanto meno a selezionare gli immigrati, in base al credo religioso.
Mi unisco a tali voci critiche, sarebbe il caso che quanto sta accadendo venisse analizzato con maggiore realismo, tenendo conto di tutti i fattori, non ultimi quelli legati ad una gestione criminale e interessata del fenomeno e alla mancanza dei requisiti di troppi cosiddetti richiedenti asilo. Non facendo così, si dimostrerebbe davvero – come sostiene mons. Laszlo Kiss-Rigo – di non conoscere bene la situazione.

*Segretario nazionale Forza Nuova
Presidente Alliance for Peace and Freedom

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