Fascismo, Cattolicesimo, Chiesa cattolica

Di Giuseppe Provenzale* –
Pubblichiamo, nell’ottantaseiesimo anniversario della firma dei Patti Lateranensi del ’29, il secondo capitolo dello scritto “Siate intransigenti, domenicani! – Appunti sulla Scuola di Mistica Fascista” del nostro Giuseppe Provenzale che tratta anche di questo argomento

“Cultus qui Deo debetur includit in se, sicut aliquid particolare,
cultum qui debetur parentibus et patriae”

(S.Tommaso: “Summa theologiae”; II, II, q.101, a. 1)

L’insistenza in avvio su queste tematiche è indispensabile per rimarcare quale sia stata la precisa genesi storico-ideale della Scuola e per identificare la consapevole provenienza dell’anelito spirituale che essa trasfuse nella politica, si intende, inoltre, replicare a chi, come spesso accade in casi del genere, si ostina a cercare in essa un presunto paganesimo di sostanza, magari inconsciamente occultato dietro a una patina di cristianesimo superficiale.
Si tratta spesso di critici che poco o nulla hanno saputo o voluto comprendere della natura stessa del Cristianesimo.
Dice bene don Ennio Innocenti, proprio a proposito di chi minimizza da acattolico, o da anticattolico, certe valenze: ” […] Costoro ignorano del tutto l’essenziale del cattolicesimo che è religione d’incarnazione, di fermento di tutte le strutture temporali e, necessariamente, della politica, essenziale all’uomo naturalmente sociale”.(11) E a conferma di ciò varrà la pena citare anche il giornalista e sociologo gesuita Angelo Brucculeri che, dopo aver fatto ricorso a Spengler, non usa certo mezzi termini: “A scanso di equivoci, bisogna qui ricordare che anche nell’insegnamento cattolico, la vita è una guerra. Militia est vita hominis super terram, leggiamo nei sacri libri, e S. Paolo ingiunge al suo fedele Timoteo di adoprarsi sicut bonus miles Christi, mentre il divino Maestro ammonisce gli apostoli ch’Egli è venuto a portare non la pace, ma la spada. Nessuna religione spinge alla lotta e all’azione così come la religione cristiana: ma si tratta della lotta e dell’azione che non si pascolano certo di miti irrazionali, ma prorompono da una profonda ispirazione morale, e scorrono sulle guide sicure delle verità rivelate da Dio stesso mediante la ragione e la fede.
Nessuna scuola di guerra ha saputo infondere tanto fiero coraggio quanto la scuola delle catacombe, da cui uscirono quei forti, i quali senza un lampo di collera, né accesi da scomposto fanatismo, affermarono dinanzi ai formidabili rappresentanti dei Cesari che la libertà è qualche cosa di più del collo e del sangue e che lo spirito vale più della materia.
Nessuna scuola pedagogica ci ha dato, come l’ascesi cristiana, quegli uomini di azione e frementi della volontà di conquista che si chiamano i missionari.
Nessun rivoluzionario può vantare un dinamismo qual è quello del poverello di Assisi o di S. Vincenzo dei Paoli. Francesco Saverio, che nel breve giro di poco più di un decennio scorre le Indie e il Giappone, ha audacie e disegni d’imprese, dinnanzi alle quali svaniscono le ambizioni napoleoniche naufraganti nel più gretto egoismo.
Fu detto di S. Ignazio di Loiola che avesse un animo più grande dell’orbe: questo stesso potrebbe dirsi di tutti coloro che sentono e vivono l’ideale Cristiano, di tutti coloro i quali possono affermare col grande S. Cipriano: Non loquimur magna sed vivimus.

Vi è dunque un attivismo cristiano attestato da due millenni della storia della Chiesa, ma è un attivismo che non sacrifica la verità agli impulsi, l’essere all’azione; che non si muove nel vuoto d’una morale scerpata dalle radici metafisiche, d’una morale che sconosce la finalità suprema d’ogni eroismo, la quale non può essere il pericolo per se stesso, ma il pericolo per la perfezione dell’essere. Estote perfecti sicut et Pater vester perfectus est. In fondo è l’attrazione di Dio che crea l’attivismo cristiano, non l’attrazione dell’incognito e il fascino del pericolo. In questa solida base esso ha maggior resistenza e vigore dell’attivismo fondato sull’istinto, giacché anche gli stessi insuccessi non possono spezzarlo, non essendo per lui che esterni e apparenti”.(12)
I cattolici di un certo stampo, in definitiva, ben differenti dagli attuali campioni del cosiddetto “cattolicesimo adulto”, non potevano, impegnandosi in politica, che assumere una precisa e intransigente posizione esistenziale con la lucida passione che li convinceva della perfetta corrispondenza che, nella sfera attiva, il Fascismo presentava in relazione ai valori della comune fede religiosa che animava la maggior parte dei giovani della Scuola; significativa la sintesi che ne fornisce lo sconosciuto tenente Ulisse Terzoli, egli definisce la dottrina della SMF, in una lettera dalla prima linea dell’aprile del ’41, come: “… una mistica politica […]inquadrata in una cattolica concezione della vita e del mondo,in grado di infondere […] estremo rigore a ogni espansione armonica della nostra personalità”.(13)
Sintetizza ancora Marchesini: ” [Arnaldo] fornì ai mistici quello che essi considerarono sempre il loro manifesto etico-politico, con gli innumerevoli appelli che esso conteneva alla fede, all’eroismo disinteressato, alla legge del dovere, al ruolo essenziale dei giovani nella vita della nazione, al destino imperiale dell’Italia, alla religione cattolica come conforme al perfetto vivere fascista”.(14)

“… [Egli]- precisa ulteriormente Marcello Staglieno, sempre a proposito del ruolo svolto da Arnaldo e in contrapposizione con la lettura riduttiva dell’intero fenomeno che dà lo stesso Marchesini – intese immettere con serietà nobilmente pedagogica questo misticismo – che pretendeva “disciplina”, “umiltà” e “devozione” – dentro l’immanenza. Oltrepassando, anzi estremizzando la concezione sua, la “mistica fascista”, quale già dal 1930 veniva elaborata soprattutto da Giani, appare oggi quasi protesa a voler costituire non tanto quella “scuola dei gerarchi” di cui […] scriverà Daniele Marchesini. Bensì “corpi scelti”, simili ai trecento spartiati di Leonida morituri nell’atto di presidiare le termopili, o all’ordine monastico-cavalleresco dei templari costituito nel 1118 a Gerusalemme da Ugo di Payns, ovvero, nelle parole sue: “Voi dovete essere in questo senso intransigenti, domenicani”.(15)

E questo esclusivo carattere viene ribadito dallo stesso Capo del Fascismo nell’udienza riservata ai componenti della Scuola del 20 novembre 1939: “La mistica è più del partito un ordine. Chi vi partecipa deve essere dotato di una grande fede. Il Fascismo deve avere i suoi missionari, cioè degli uomini che sappiano convincere alla fede intransigente. È la fede che muove – letteralmente – le montagne. Questa può essere la vostra parola d’ ordine”.(16)
Sottolinea, seppure su un piano diverso, la storica Katia Colombo: “La stessa Chiesa Cattolica rappresentava un modello istituzionale da emulare per la sua organizzazione totalitaria e gerarchica, per la sua unitarietà ideologica e di direzione, per il suo radicamento popolare”.(17)

E’ fondamentale rilevare che la nascita della Scuola seguiva di appena un anno la firma dei Patti Lateranensi, evento epocale che aveva finalmente reso possibile – prendiamo in prestito l’espressione dello storico Emilio Gentile – il concreto avviarsi della “sacralizzazione della politica” (18) e la religione civile che il Regime intendeva rappresentare dopo la Conciliazione non può certo essere accusata, anche per questa ragione, di voler sostituire, secondo le intenzioni del Gentile filosofo di Castelvetrano, quella spirituale, nonostante le problematiche – presto risolte e in cui fu determinante l’opera di Arnaldo – che poneva l’educazione dei giovani; motivo dell’imminente contenzioso, spesso anche molto aspro, con la Chiesa per la questione legata al ruolo dell’Azione Cattolica.
Quella che i “mistici” colgono è anzi l’ opportunità di una svolta rispetto alla visione filosofica di Giovanni Gentile, fino a quel momento predominante, che si era limitato a concepire una religione dello Stato, tollerante e rispettosa verso quella cattolica, ma da essa nettamente distinta. L’accantonamento dell’idealismo gentiliano e il riconoscimento della religione cattolica come sola confessione dello Stato, sancito dai Patti, permetteva quindi di porre su piani sì distinti, ma caratterizzati da una filiazione dell’inferiore rispetto al superiore, la Mistica religiosa e quella politica, perseguita, quest’ultima, da una sorta di Ordine composto da laici che riconoscevano senza tentennamenti, secondo l’insegnamento di Arnaldo, che ogni realizzazione umana nasce e finisce in Dio. Bene lo spiega il “mistico” Gastone Silvano Spinetti: “Mentre l’idealismo attualistico nega la natura creata e ammette soltanto lo spirito creatore, l’idealismo fascista crede in Dio e nella natura da Lui creata”.(19)
Si tratta di un fase gravida di fondamentali, radicali cambiamenti; la positiva conclusione della Questione Romana rappresentò infatti un vero e proprio iato storico e culturale nei confronti di quel liberalismo massonico che per quasi 60 anni aveva egemonizzato l’Italia, nata da quel mai unanimemente condiviso processo risorgimentale che, costituendo di fatto il territorio nazionale come un’estensione del Piemonte sabaudo a cui applicare lo Statuto voluto per il Regno di Sardegna, non era riuscito a fare degli italiani un unico popolo.

Il comune destino condiviso nelle trincee della Grande Guerra, prima, e la riaffermata cattolicità dello Stato, poco più di dieci anni dopo, avevano dunque chiuso un ciclo per aprirne uno nuovo all’insegna, per di più, di quell’unità politica che la stessa idea di Fascismo prometteva di realizzare; azzerando le fazioni che avevano diviso anche politicamente gli incerti e appena nati italiani e accantonando con piglio rivoluzionario gli idoli antitradizionali del liberalismo laicista. Ciò appare chiaro nelle parole che lo stesso Pio XI pronunciò, a due giorni dalla storica firma, il 13 febbraio 1929, indirizzandole ai professori e agli studenti dell’Università Cattolica del Sacro Cuore di Milano: “Dobbiamo dire che siamo stati nobilmente assecondati. E che forse ci voleva un uomo come quello che la Provvidenza Ci ha fatto incontrare; un uomo che non avesse le preoccupazioni della scuola liberale, per gli uomini della quale tutte quelle leggi, tutti quegli ordinamenti, o piuttosto disordinamenti, tutte quelle leggi, diciamo, e tutti quei regolamenti erano altrettanti feticci e, proprio come i feticci, tanto più intangibili e venerandi quanto più brutti e deformi. E con la grazia di Dio, con molta pazienza, con molto lavoro, con l’incontro di molti e nobili assecondamenti, siamo riusciti « tamquam per medium profundam eundo » a conchiudere un Concordato che, se non è il migliore di quanti se ne possono fare, è certo tra i migliori che si sono fin qua fatti; ed è con profonda compiacenza che crediamo di avere con esso ridato Dio all’Italia e l’Italia a Dio”.(20)

Del ruolo provvidenziale a cui veniva, con l’intera nazione, chiamato era ben consapevole lo stesso Capo del Fascismo che, lontano dalla temperie degli anni che condussero, e che seguirono immediatamente, alla firma dei Patti Lateranensi considerava: “In Italia, un uomo politico non volgeva neanche i suoi pensieri alla divinità. E anche se ci avesse mai pensato, l’opportunismo politico e la codardia glielo avrebbero impedito specialmente in un’assemblea legislativa. Era toccato a me fare questa ardita innovazione”.(21)

Il contemporaneo, e ben informato, professor Ferdinando Pasini, notando come i Patti avessero indotto Giani all’elaborazione di una dottrina politico-spirituale che si basava sulla tanto desiderata e ritrovata concordia nazionale, considerava opportunamente:”Gli obiettivi supremi della marcia su Roma del ’22 furono effettivamente raggiunti solo nel ’29: solo da allora potemmo dire di aver conquistato Roma pienamente e interamente. E fu allora, credo, che Niccolò Giani ebbe la prima idea di una Scuola di Mistica fascista. […] La Conciliazione del ’29 aveva riconfermato l’importanza del fattore religioso nella vita dei popoli. Ebbene, la forza principale del fascismo, l’irresistibile fascino ch’esso esercitava sugli animi, in che consisteva? Nella sua sostanza ideologica e sentimentale, di natura essenzialmente religiosa. Il Fascismo parte da un’idea perfettamente dogmatica, che si pone al di sopra e al di fuori d’ogni discussione. E’ un’affermazione di volontà: voglio vivere e svolgere tutte le mie energie fisiche e spirituali, voglio vivere insieme con la mia nazione e per la mia nazione. Contro qualsiasi ostacolo, di uomini e di cose, che si opponga a questa mia volontà, sono pronto a combattere, pronto fino al sacrificio della vita stessa, poiché, se non possiamo vivere come vogliamo noi, a che vivere? E’ la psicologia dei martiri cristiani”.(22)

E nel marzo del ’29, ad un mese dai Patti, Arnaldo poteva con soddisfazione rilevare: ” […] L’umiliante sudditanza massonica è finita; l’abulia liberale è diventata un semplice ricordo. Il problema storico è stato affrontato e finalmente risolto: e ciò non in conseguenza di una manifestazione di forza, ma sopra tutto per un atto di consapevolezza, di virtù e di coraggio”.(23)
Dal canto suo, due mesi dopo, Pio XI non sembra nutrire particolari preoccupazioni antifasciste, nemmeno per il futuro: ” « Stato cattolico », si dice e si ripete, ma « Stato fascista »; ne prendiamo atto senza speciali difficoltà, anzi volentieri, giacché ciò vuole indubbiamente dire che lo Stato fascista, tanto nell’ordine delle idee e delle dottrine quanto nell’ordine della pratica azione, nulla vuol ammettere che non s’accordi con la dottrina e con la pratica cattolica; senza di che lo Stato cattolico non sarebbe né potrebbe essere “.(24)
La Scuola si collega dunque alla Conciliazione, da essa prende l’avvio, perseguendo il definitivo superamento della precedente inconciliabilità tra cittadino e credente – altra dolorosa tara dell’epoca postrisorgimentale – grazie ad un nuovo tipo di italiano che coniugava il sentimento nazionale, ora perfettamente coincidente con il Fascismo, con i suoi doveri di cattolico. Ad ulteriore conferma di ciò varrà la pena citare le parole pronunciate dall’Arcivescovo di Milano, il Beato Cardinale Schuster, in occasione di un incontro (1934) in cui consegnò un Crocifisso a molti artisti e universitari fascisti, egli li esortò alla coerenza armonica tra Cattolicesimo e Fascismo “non essendo buon fascista chi non sia buon cattolico”.(25)

La SMF troverà, inoltre, una sponda formidabile nella pubblicazione, a cominciare dal 1938, dell’opera, di Carlo Costamagna, Dottrina del fascismo. L’autore, fortemente ancorato ad una visione scevra da condizionamenti hegeliani, fonda la sua idea della politica su Aristotele, s. Tommaso e Vico; vede, infatti, lo Stato come fondato sulla Nazione che lo precede; esso, dunque “si dà delle istituzioni confacenti al momento storico che vive: ed è legittimo quel Regime che incarna il senso del bene comune che in quel momento è proprio della Nazione”.(26)
Egli, esattamente come i “mistici”, vuole attuare davvero la rivoluzione fascista “Fra gli stessi fascisti (ma forse sarebbe meglio dire fra gli stessi tesserati del fascio!) molti erano assai tiepidi verso la rivoluzione che il fascismo aveva annunziato voler fare; c’erano stati anche quelli cui era sembrato un grande successo, in piena marcia su Roma, che un Salandra offrisse ai fasci quattro ministeri! E comunque, a molti non sembrava affatto necessario che a governo fascista corrispondesse anche una società davvero fascista, un esercito fascista, una scuola fascista, un’economia fascista”.(27)

“Il Costamagna condusse la sua battaglia al fine di ottenere la perfetta identità tra il fascismo e lo Stato, e l’identità tra Stato e Nazione, fra Stato e società, dunque tra fascismo e società e nazione”.
E lo fece da una posizione fermamente italiana, senza mai perdere di vista ” … la distinzione netta fra l’Europa mediterranea, di civiltà greca e latina e cattolica, e l’Europa occidentale protestante, borghese e mercantile. Costamagna [come i “mistici” ndr.] sceglie il Mediterraneo, e perciò le componenti più intime della civiltà italiana”.(28)
“Occorre insistere su questo carattere italiano del Costamagna e del suo pensiero […] [Egli] intende riaffermare il carattere originale e perciò tutto italiano del fascismo, distinguendolo da movimenti similari, anche dal nazionalsocialismo germanico, […]. Per questa ragione e non certo per volgare adulazione, egli dichiara di voler considerare come fonte autentica della dottrina fascista il pensiero di Mussolini quale è esplicitamente espresso dallo stesso Duce: è anche un modo per difendere l’ortodossia fascista dall’idealismo gentiliano, dalle interpretazioni sottintese che vedono nel fascismo una specie di liberalismo un poco più autoritario, da infiltrazioni di origine straniera”.(29)
Insomma, come afferma l’autore di Dottrina del fascismo: “Sotto la seducente e in apparenza bonaria versione che presenta il fascismo come uno sviluppo e una prosecuzione del risorgimento, si tenta in definitiva di escludere il valore rivoluzionario del fascismo stesso”.(30)

E’ superfluo commentare alcunché. Piero Vassallo parla molto opportunamente di una “via di Damasco” (parole, per altro, pronunciate proprio da Giovanni Gentile «sto percorrendo fin dal giorno della mia nascita la via di Damasco») e di un “Costamagna [che] non era un deviazionista e neppure un pensatore isolato, ma il filosofo che assecondava autorevolmente le intenzioni dell’avanguardia milanese”(31) e, possiamo aggiungere, dello stesso Benito Mussolini che, dal ’21, con il sostegno discreto ma fermo di Arnaldo, fino alla piena conversione religiosa del ’43, ben comprese quale fosse la direzione che la sua personale rivoluzione spirituale e la rivoluzione italiana avrebbero dovuto intraprendere: ” […] per la convinzione che il Sommo Capo di una Religione Universale non può essere suddito di alcuno Stato …” e nella consapevolezza che per un popolo cattolico quale quello italiano “e in un Regime quale è quello fascista” il ruolo preminente riconosciuto alla Chiesa cattolica “è perfettamente naturale”,(32) seguendo un percorso antimassonico autenticamente rivoluzionario nella sua radicalità, rispetto alla genesi stessa del Regno d’Italia.
Certo non mancarono le contraddizioni, le visioni prospettiche condizionate dall’influenza delle contingenze storico-culturali, prova ne siano i riferimenti in Arnaldo e nello stesso Giani ai vari campioni di un risorgimento indifendibile, da Mazzini a Gioberti, ma la stessa volontà di operare quella sintesi che condusse di fatto alla Conciliazione – realizzazione, in cui Arnaldo svolse un ruolo importante, preceduta, non dimentichiamolo, dalla legge che imponeva nel 1925 lo scioglimento delle logge massoniche – lascia intendere che del risorgimento non dovesse rimanere che il risultato unitario, che la Chiesa stessa accettava del resto con la firma dei Patti, e un certo spiritualismo mazziniano, sicuramente non compreso appieno nella sua portata ereticale, ma che – contro le stesse intenzioni di Mazzini – poteva rendere un servizio prezioso proprio alla Chiesa cattolica, ansiosa, come lo Stato, di mettere fine alla Questione Romana, predisponendo all’accoglienza di feconde sinergie fra Stato e Chiesa.

Arnaldo e il fratello desideravano dunque disgiungere, e ne ricevevano, del resto, la consegna dalla Storia, la matrice massonica dal risorgimento, quale processo storico che aveva condotto ad un presente da consolidare: ” Cosa fosse la massoneria io non saprei proprio dirvelo. Ma dal momento che non agiva alla luce chiara del sole e che nessuno di coloro che vi hanno appartenuto ha mai avuto il coraggio di gridarlo e di gloriarsene, mi permetto di affermare che fosse un’associazione obliqua, sotterranea, a finalità non chiare, e soprattutto legata a quel reciproco favoritismo che nel nome della carriera e dell’avanzamento offusca il merito e la giustizia. Quando dai suoi fini pratici la massoneria entrava nel campo dottrinale, cadeva nelle frasi comuni del laicismo e della lotta contro la religione cattolica. Di contro a questo movimento che si diceva moderno ed era soprattutto arido ed utilitarista, si elevava antagonista il movimento della Chiesa. […] Se anche qualche spirito elevato può sentirsi incerto o turbato nell’imporsi del problema religioso, questo non impedisce […] che in ogni tempo, in ogni secolo, in ogni popolo il senso mistico della vita trovi nella religione un interprete definitivo. E’ naturale che in questo movimento spirituale cattolico s’innestasse un movimento laico politico. La massoneria deformava i caratteri del Risorgimento a scopo di propaganda libertaria. Il politicantismo cattolico per reazione lo negava. Per vie opposte si conduceva egualmente la gioventù all’errore e al disorientamento. Eppure il Risorgimento aveva già bandita la via giusta e vera: la unità politica italiana, che in fondo non era che il risultato di uno sforzo volitivo di due grandi correnti: una idealista, volontaria, disinteressata, espressa nella concezione repubblicana con a capo Mazzini e Garibaldi; l’altra dalla tradizione, dalla saggezza, dalla visione organica dei problemi, dalla forza, coordinata da grandi virtù spirituali, della dinastia dei Savoia”.(33)
In buona sostanza, ci pare che le allora recenti scorie della visione risorgimentale, e il debito da onorare nei confronti dell’unità nazionale e del ruolo in essa svolto dalla monarchia, contestualizzati in relazione alle consapevolezze storiche dell’epoca, siano stati un prezzo da pagare tutto sommato accettabile, data la loro contingenza e in vista di un’ ulteriore progressiva liberazione dai residui medesimi, e che, a posteriori, sia impossibile il pretendere qualcosa di più in questa direzione dal contesto che le diede vita.
Inoltre, la definizione dottrinale del Fascismo come Terza Via, deve molto ad Arnaldo e alla sua “strana Mistica” e, attraverso essi, alla Dottrina Sociale della Chiesa che, dopo la Rerum novarum di Leone XIII, in cui si condannavano allo stesso modo il liberalismo e il socialismo marxista, venne ribadita, condanne comprese, dalla seconda grande enciclica sociale, la Quadragesimo anno di Pio XI (1931), i cui importanti pronunciamenti antiliberali e antimarxisti, si pensi anche alla Divini Redemptoris del 1937, non potevano non incoraggiare i “mistici” cattolici e fascisti nella prosecuzione della propria linea di condotta e la Chiesa a confermare di aver trovato nel Fascismo un interlocutore certamente molto più vicino rispetto a certe correnti moderniste interne – che trovavano espressione politica nel Partito Popolare – già condannate da san Pio X e che Pio XI non volle certo legittimare. Per di più, anche la polemica sull’educazione dei giovani e sul ruolo dell’Azione Cattolica si era chiusa con una Chiesa che, dopo le critiche aspre e certamente legittime dell’enciclica “Non abbiamo bisogno” (5 luglio, 1931), grazie all’opera diplomatica del Cardinale Pacelli, futuro Pio XII, e alla sensibilità di Arnaldo (“nazionalcattolicissimo ancorché mazziniano”) (34) approderà già ad ottobre alla citata Quadragesimo anno in cui l’apprezzamento del Papa per la politica sociale di Mussolini appare evidente.(35) I motivi profondi di questo connubio, tanto importante per la genesi stessa della SMF, e la conseguente esclusione dei Popolari, (machiavellicamente molto ben descritti da Gramsci: ” I Popolari rappresentano una fase di sviluppo del Proletariato verso il Comunismo. Essi creano l’associazionismo, creano la solidarietà dove il Socialismo non potrebbe farlo […] ; creano almeno l’aspirazione all’associazione e alla solidarietà […] Il Cattolicismo democratico fa ciò che il Socialismo non potrebbe: amalgama, ordina, vivifica e si suicida”. ) (36) che non avevano i requisiti per affiancare la Chiesa sul piano politico, trovano dunque profonde e sacrosante ragioni; specie alla luce della lezione che ricaviamo da un presente che vede, invece, trionfare quel “cattolicesimo democratico” da cui la Chiesa del ’29 volle consapevolmente smarcarsi.

In conclusione, è necessario comprendere bene con quale modello di Chiesa ci si confronti nel clima in cui la Scuola e il Fascismo stesso progettarono e operarono. La Chiesa, fino a Pio XII, conserva una precisa consapevolezza di quali siano le agenzie della disgregazione spirituale, sociale e del costume. Essa distingue con chiarezza cosa sia di sostegno ad un agire cattolico e cosa non lo sia; al di là delle necessità diplomatiche ed escludendo qualche, anche gravissimo, errore, (Pio XI con l’Action Française) (37) riconosce senza dialoghi compromissori quali siano le posizioni del nemico e quali quelle di sicuri alleati. Le encicliche, già numerose anche prima di Pio IX e Leone XIII, contro la massoneria e i suoi prodotti liberali e marxisti non lasciano adito a dubbi e i passi già compiuti dal Fascismo in quella fondamentale direzione sono inediti e incoraggianti nel panorama internazionale. Questa ferma consapevolezza aiuta a ricomporre le controversie e irrita non poco quegli ambienti laici dello stesso PNF che mal digerirono il Concordato, marginalizzando quelle cellule demo-massoniche che intendevano elevare a feticcio le modalità e lo spirito agnostico che avevano condotto all’unità nazionale. La Chiesa, negli anni dal ’22 al ’38, si avvicina così, naturalmente, al Cesare rappresentato dal Regime, un Cesare che mostra di non disconoscere che esistano diritti di Dio anche nella società; non è poi da trascurare, a ulteriore motivazione di questo avvicinamento, la forte simpatia che riveste l’assetto corporativo che lo Stato intendeva assumere, certamente auspicato anche da quei Sacri palazzi che, fin dalla Rerum Novarum, nella storica soppressione delle Corporazioni avevano acutamente individuato la causa scatenante della questione sociale e dei suoi danni.

Eminenti personaggi d’Oltretevere, del resto, battendo percorsi non sempre ufficiali, avevano seguito da vicino i progressi del neonato Partito, fin dal primo discorso di Mussolini alla Camera nel ’21; fra gli altri l’ex segretario di Pio X, il Cardinale Merry del Vall, che ebbe modo di incontrare privatamente Arnaldo, per due volte – oltre che, ad Assisi (1926), pubblicamente, quale legato pontificio, il ministro per l’Educazione Pietro Fedele – e di modificare la propria iniziale contrarietà verso la Conciliazione. L’intenzione di prendere atto delle mutate contingenze storico-politiche, già dimostrato con il favore con cui l’Osservatore Romano salutò, prima manifestazione di lode verso un governo del Regno d’Italia, l’avvento al potere del Fascismo, si unirà quindi alla consapevolezza che condurrà infine ufficialmente, dopo i primi contatti avviati dal cardinale Gasparri, ai passi significativi, rivolti a superare quello che Arnaldo definì nei suoi editoriali sul Popolo d’Italia l'”agnosticismo politico” del Vaticano; atteggiamento, quest’ultimo, che il quadro d’insieme non consentiva più di tenere in vita, a danno della stessa percezione che della Chiesa avevano i cattolici. Né certi fatti permetteranno di mantenere oltre una neutralità che avrebbe avuto il sapore dell’ignavia; fra tutti i massacri dei cattolici messicani e spagnoli, attuati da un nemico che faceva dello scontro frontale, e non ancora dell’infiltrazione pervasiva come avviene oggi, la sua arma preferita per la distruzione della Tradizione.

Note presenti nel testo:
(11) Ennio Innocenti: intervista a Piero Vassallo in: “La conversione religiosa di Benito Mussolini”, Sacra Fraternitas Aurigarum in Urbe, Roma ottobre 2005, X edizione; p. 334
(12) Angelo Brucculeri S. J.: ” L’involuzione della civiltà”, terza edizione, in “Le dottrine sociali del Cattolicismo – Quaderno VIII”, La Civiltà Cattolica, Roma 1943, pp. 30-31
(13) Ulisse Terzoli, in Aldo Grandi, op.cit. p.210
(14) Daniele Marchesini: “La scuola dei gerarchi. Mistica fascista, storia, problemi, istituzioni”, Feltrinelli, Milano 1976; p. 19
(15) Marcello Staglieno: “Arnaldo e Benito, due fratelli”, Oscar Storia Mondadori, Milano 2004; p. 356
(16) In Aldo Grandi, op. cit. pp. 89-90
(17) Katia Colombo: “La Scuola di Mistica fascista di Milano”; cit. da Tomas Carini, op. cit. p. 225, nota 22
(18) Ibidem, p.31; cfr. nota 15
(19) In Piero Vassallo: “L’acrobatica teologia di Evola” http://www.riscossacristiana.it/lacrobatica-teologia-di-evola-di-piero-vassallo/
(20) S.S. Pio XI: Allocuzione AI PROFESSORI E AGLI STUDENTI DELL’UNIVERSITÀ CATTOLICA DEL SACRO CUORE DI MILANO: “Vogliamo anzitutto” http://www.vatican.va/holy_father/pius_xi/speeches/documents/hf_pxi_spe_19290213_vogliamo-anzitutto_it.html
(21) Benito Mussolini: “La mia vita” p.207, in Marcello Staglieno, op. cit. p. 494, nota 39
(22) Ferdinando Pasini: ” Niccolò Giani fondatore della scuola di Mistica fascista”, in “La Porta orientale”, XI, 5 – 6 – 7, maggio-giugno-luglio 1941 – XIX, p.141, in T. Carini, op.cit p. 31
(23) In Marcello Staglieno, op.cit. p. 305
(24) S.S. Pio XI: Chirografo al Cardinale Pietro Gasparri, Segretario di Stato, sulla firma dei Trattati Lateranensi (30 maggio 1929) http://www.vatican.va/holy_father/pius_xi/letters/documents/hf_pxi_lett_19290530_domandato_it.html
(25) In Ennio Innocenti, op. cit. p. 131
(26) Ulderico Nisticò: “Fascismo e Stato nazionalpopolare”, corollario a C. Costamagna; in Carlo Costamagna: ” Dottrina del fascismo”, vol. III, Edizioni di Ar, Padova, marzo 1991, p.93
(27) Ibidem, p. 92
(28) Ibidem, p. 95
(29) Ibidem, p. 96
(30) Ibidem, p.87
(31) Piero Vassallo: “La lezione di Carlo Costamagna”, http://forum.termometropolitico.it/movimenti-e-cultura-politica/destra-radicale/156436-la-lezione-di-carlo-costamagna.html
(32) Benito Mussolini, discorso alla Camera del 10/03/1929, in: Luigi Villari: “Come si giunse alla Conciliazione”, cit. in AA.VV. ” Il grande ideale, la Conciliazione”, op. cit. p.91
(33) Arnaldo Mussolini: “Coscienza e dovere” in Benito Mussolini: “Vita di Arnaldo”, op cit. pp. 127-128
(34) Marcello Staglieno, op.cit. p. 288
(35) Cfr. Ennio Innocenti, op. cit. pp. 122-123
(36) Antonio Gramsci: “Il pensiero di un comunista. I popolari”. In “La rivoluzione liberale”, a. I, n. 20-21, 2-9 luglio 1922, p.78; in Staglieno, op. cit. p. 287

(37) Ad integrazione di quanto sosteniamo nel nostro lavoro, si legga “La cecità di Roma – La Chiesa e Maurraus” di Marcel De Corte (Edizioni Thule, Palermo marzo 1979), tratto dal n. 55 dei “Cahiers Charles Maurras”. Dal saggio del filosofo cattolico francese si ricavano elementi utili a comprendere la portata dell’errore di prospettiva commesso da Pio XI non solo con l’infelice condanna dell’ Action Française (1926), ma anche con il sostegno a quell’Azione Cattolica che, sono parole di De Corte: ” … doveva divenire uno strumento di sovversione supplementare d’un ordine sociale già fortemente vacillante a causa dell’egualitarismo dissociatore. Salvo rarissime eccezioni, l’Azione Cattolica ha contribuito dovunque alla marxistizzazione delle mentalità. Essa è divenuta una delle innumerevoli cinghie di trasmissione del comunismo […]. Niente ha maggiormente contribuito alla marxistizzazione del cattolicesimo, e ciò è visibile ad occhio nudo in basso e nell’alto della gerarchia, quanto la sedicente Azione Cattolica (che) invece di rinforzare le parrocchie dove si riuniscono degli individui socialmente differenti, ma in quanto tali complementari, invece di rinvigorire la vita sociale soprannaturale, […] è stata […] l’elemento determinante dell’autodistruzione della Chiesa”. (Op. cit. p. 7) Quanto sostenuto da De Corte fa il paio con la disamina gramsciana , riportata qui a pagina 13, sui Popolari italiani, che proprio dell’Azione Cattolica erano espressione partitica, e rafforza l’idea che il Regime sia riuscito ad indurre la Chiesa ad una correzione di prospettiva politica. Quest’ultima avrebbe certamente potuto sortire esiti ancor più gravidi e interessanti, di quelli che la Storia gli permise di avere, sul piano di un’armonia duratura fra Stato e Chiesa, al di là dell’attuale laicismo massonico su cui spesso oggi entrambe le istituzioni sembrano convergere con il consenso utile e idiota del progressismo cattolico.

*Vicesegretario nazionale di Forza Nuova

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