Eterni radicali e radicalismo eterno?

29 mag – Giuseppe Provenzale* –

Scemato ormai, ad alcuni giorni dalla morte, il coro trasversale pressoché unanime e monocorde di partecipato cordoglio, ed essendo ormai già definitivamente formulato il giudizio a Dio riservato sulla sorte della sua anima, è più semplice affrontare criticamente non la figura umana e politica di Marco Pannella(1) – cosa che pure è stata fatta, a dire il vero in spazi da riserva indiana se confrontati alle grandi ribalte mediatiche – ma la dimensione ideologico-dogmatica e il peso culturale dell’intera esperienza pluridecennale del Partito Radicale italiano, da lui fondato e incarnato, e della mentalità che lo ha caratterizzato e lo caratterizza.
Non si tratterà, quindi, di denunciare i troppi guasti provocati dall’uomo e dalla sua azione – basterebbe per questo fare l’elenco, abbondantemente sciorinato in questi giorni, delle “conquiste” radicali – ma di analizzare le matrici dogmatiche da lui per primo rappresentate e le ragioni del successo della suddetta mentalità.
Questa operazione, del resto, potrà fornire alcune risposte sul perché del trasversale coro unanime e monocorde a cui si faceva riferimento all’inizio dell’articolo e suggerire, infine, qualche antidoto all’onnipresente veleno liberale.
E’ stato opportunamente ripubblicato qualche giorno fa, quasi a conferma del dato di fatto che vuole il demonio non in grado di “fare i coperchi”, un vecchio articolo di Rodolfo Quadrelli, semisconosciuto autore cattolico di sana formazione tradizionalista, apparso sul quotidiano romano Il Tempo il 28 ottobre del 1979.
Tale analisi – il cui titolo redazionale fu allora “L’eterno radicalismo” – proprio perché vecchia di quasi quarant’anni, è davvero preziosa e utilissima oggi, poiché fotografa, da una corretta prospettiva integrale, il problema radicale all’origine – erano trascorsi pochi anni dalla vittoria pannelliana nel referendum sul divorzio – fornendone una chiave di lettura interpretativa che i decenni successivi hanno potuto solo certificare ulteriormente. Rileggerla, sarà utile, inoltre, per verificare l’attuale stato dell’ars destruens radicale, le sue prospettive e, cosa fondamentale, per individuarne le necessarie linee di contrasto consapevole. Contrasto che, nei decenni passati, è stato poco o nulla efficace per mancanza di forze e uomini autenticamente immuni al liberalismo e adeguatamente organizzati.(2)

Per ben comprendere e inquadrare il fenomeno, Quadrelli utilizza la categoria concettuale di ‘integrazione’: “Nulla si capisce del radicalismo se non si riesce a vedere i radicali come integrati…”, e lo fa in tempi non sospetti, quando Pannella e soci sembravano icone del ribellismo più spinto: ” … la società moderna, e ancor più quella contemporanea, tendono ad essere, o sono già, società radicali. […] Portando alle estreme conseguenze il principio liberale della libertà di coscienza, accettato dalla cultura moderna, essi (i radicali ndr) agiscono e sanno di agire su tendenze a tal punto implicite nella vita civile contemporanea che la società non sa e non può reagire se non debolmente alla loro provocazione”.
Ma, aggiunge lo studioso prematuramente scomparso nel 1984: ” …si dovrebbe parlare di fascino e non solo di provocazione: perché l’essere integrati, e integrati, ripeto, attraverso il principio della libertà di coscienza, consente loro una coerenza che la maggior parte degli uomini rifiuta … “.
Spiega Quadrelli: “Molti uomini infatti riescono a recuperare in pratica ciò che hanno dovuto negare in teoria, e sono negazioni ben note: che la verità non esiste, che niente è sacro se non la libertà stessa, che la religione è un inganno dei preti e dei potenti onde mantenere l’uomo in sudditanza, che non esistono obblighi morali ma soltanto i valori del piacere privato e dell’utilità collettiva”.

L’uomo contemporaneo, quindi, riconosce dei limiti alla libertà soprattutto sul piano pratico, non su quello teorico, perché il suo vivere nel mondo – confuso in mezzo a filosofie vincenti che sono state per altro recepite anche da ampi settori di quegli ambienti cattolici che avrebbero dovuto essere ad esse impermeabili(3) – lo pone tra l’incudine e il martello di contrapposte evidenze, confuse e silenziate alcune (“l’uomo è un essere debole, fallibile, imperfetto e che può riscattarsi da tale condizione di peccato e di morte soltanto riconoscendosi, attraverso il libero arbitrio, in una verità oggettiva che lo supera e che lo obbliga al sacrificio e alla rinuncia, consentendogli però la felicità e la gioia”) già realizzate e fascinose altre, “secondo le quali ognuno può pensare ciò che vuole, può fare ciò che vuole del proprio corpo e della propria anima”.
Tali “evidenze già realizzate” costituiscono oggi, a mio parere, la forza e insieme la debolezza, e non solo in termini di successi quantitativo – elettorali, dei radicali, ma contribuiscono notevolmente, tuttavia, ad attribuire loro una posizione autorevole, proprio a causa di una “coerenza estrema” che, anche solo in termini inconsapevolmente e borghesemente kantiani, l’uomo e il politico comuni non riescono ad attuare se non teoricamente.
Toccando questi argomenti non riesco a non pensare a certe telefonate, a recenti pubblici riconoscimenti rivolti ad Emma Bonino e ad elogi funebri, giunti, non senza scandalo, da troppi esponenti di quella Chiesa che l’illuminismo radicale ha sempre indicato quale nemica principale del culto dell’astratta Ragione e dello scientismo a cui la corte pannelliana si è sempre votata.

Ma è proprio di libertà di coscienza (per altro unico “dogma” clericale proclamato negli ultimi decenni, con martellante cadenza quotidiana, nella versione della ecumenica ‘libertà religiosa’) che è talmente imbevuta oggi la nostra società al punto che essa non rappresenta più qualcosa di “sovversivo” e “ribelle” nell’immaginario e nella sottocultura collettiva, ed è questa insieme la vittoria e la sconfitta temporale dei radicali nell’era della secolarizzazione di massa.(4)
Il sistema, e tutti coloro i quali in esso e di esso vivono e agiscono, sanno bene , infatti , a cosa e a chi devono la propria dogmatica e quindi tributano ai radicali, in vita e in morte, onori e plausi.
Come diceva bene Quadrelli, vale la pena ribadirlo, si legge in loro quella estrema coerenza, quella intransigenza “che la maggior parte degli uomini rifiuta” ma di cui subisce il fascino, ed è un fascino indubbiamente perverso.
Del resto, i radicali, sempre fedeli a quella estrema intransigenza libertaria e libertina che li caratterizza, operano nella stessa direzione in cui operò il marchese De Sade ai tempi della rivoluzione francese, essi attuano: “lo stesso rovesciamento della Raison […] tanto che li si potrebbe definire dei sadisti”, un rovesciamento nichilista che, in fin dei conti, non era altro, e non è, che una coerente estremizzazione dell’illuminismo trionfante dell’89.

Ma, come ogni seducente utopia, c’è il contro altare della realtà. E’ significativo, forse curioso, che i radicali abbiano sempre denunciato la questione del ‘fascismo eterno’, si tratta di “una categoria necessaria per loro perché eterno è l’oltraggio alla ragione”, un ‘fascismo’ – le offese del nemico sono spesso lusinghe – che coincide perfettamente con la sana logica tradizionale e naturale.
A questo proposito, Quadrelli fa notare che i radicali non hanno compreso quello che “il loro Pasolini” aveva capito: la dissoluzione sociale e morale in atto, frutto della secolarizzazione di massa, è il vero male non “le bieche trame” e “le manovre oscure e inconfessabili” dei “superstiti e vacillanti poteri istituzionali”, giunti oggi addirittura, lo abbiamo visto fare anche da uomini della Chiesa, ad osannare anche la “spiritualità” pannelliana, ma già poco efficaci e potenti alla fine degli anni ’70 del secolo scorso.
La “religione è anche o soprattutto cultura inconsapevole e orale che dà senso alla vita civile creandone il tessuto” è realtà e “la realtà resiste, malgrado tutto, all’utopia più di quanto non facciano le istituzioni”, “ma è troppo chiaro che il punto di resistenza della realtà è costituito da un residuo culturale inconsapevole che si andrà esaurendo” e che, oggi, non si può non aggiungere, sembra ridotto davvero ai minimi termini .

Tuttavia, per svelare compiutamente l’inevitabile, sostanziale sconfitta dell’utopia radicale – di cui la stessa morte dell’eterno Pannella rappresenta un segnale in tempi come questi – per palesarne con efficacia la trama così saldamente incollata alla società secolarizzata (e qui Quadrelli conclude la sua analisi lasciando un messaggio che è culturale ma anche politico, specie per il nostro mondo e la nostra concezione della politica) “occorrono […] uomini che abbiano serbato memoria di una tradizione consapevole o inconsapevole, capaci di far capire che la realtà è più imprevedibile e dunque più perfetta di tutte le utopie”, uomini in grado di comprendere che “il male ineliminabile va combattuto anche se non si ha speranza di vincerlo”.
I politici cattolici hanno già fallito e nulla possono né i clericali né gli umanisti.(5)
Tocca quindi a noi, ‘filosofi dilettanti’ e ‘fascisti eterni’, perché provenienti da un fascismo connaturato alla stessa Tradizione, grazie Rodolfo Quadrelli di avercelo ricordato, fare nostra la metafisica e la morale necessarie ad operare la riconquista.

* Vicesegretario nazionale
Forza Nuova

NOTE:

Tutti i virgolettati presenti nell’articolo sono tratti da: http://www.ilcovile.it/scritti/COVILE_904_Quadrelliana_6_Radicali.pdf

(1) “I successi del radicalismo si basano sulla pochezza degli avversari, i quali non sono l’uomo comune e confuso di cui parlavo prima, bensí i politici, in certo senso tutti i politici. Questi, infatti, condividono, anzi devono condividere obbligatoriamente gli immortali principi dell’89, ma li correggono, come è noto, col realismo: partono dall’evidenza dell’imperfezione umana per evincerne che tutto è frutto di compromesso e di accomodamento, anziché far propria la giusta idea metafisica e morale, opposta tanto al radicalismo quanto al realismo, secondo la quale il male ineliminabile va combattuto anche se non si ha speranza di vincerlo”.

(2) Scriveva Augusto Del Noce in uno scambio epistolare con lo stesso Quadrelli, pochi mesi prima della sua prematura scomparsa:
“Quanto ai cattolici, quel che li caratterizza è l’accettazione di un pensiero del proprio tempo di origine marxista o neoborghese.
Il risultato è che non possono più pensare la loro metafisica e la loro religione come verità; questa impotenza si manifesta nel loro presentarla in un linguaggio allusivo e metaforico, con cui pretendono distinguersi dai cattolici comuni e tradizionali, e veramente ci riescono. La loro scuola di miscredenza è senza pari”.
“Esistono due interpretazioni del nostro tempo che condizionano tutti i giudizi particolari, l’illuministico massonica (nelle sue varietà) e la marxistica, entrambe false. Si tratta di uscire da questa “falsità condizionante”, ma i passi in questa direzione sono stati per ora assai scarsi. Gravissime soprattutto le colpe dei cattolici che dopo il ’60 hanno pensato di “aggiornarsi” facendo proprie le tesi dell’una o dell’altra di queste linee. Col risultato di mettere nella difficoltà di credere”.
Lettera a Rodolfo Quadrelli 8/1/1984

(3) Per questi ed altri aspetti si guardi al libro di Danilo Quinto, ex tesoriere del Partito Radicale: “Da servo di Pannella a figlio libero di Dio”, ed. Fede & Cultura

(4) “cioè la diminuita influenza dei principi e dei comandamenti religiosi non solo sopra gli intellettuali ma sopra il popolo, a tal punto che la società in cui viviamo ci appare per certi aspetti ancora cristiana, ma per altri, e più vistosi, ormai radicale”.

(5) “Né a molto giovano i clericali, con la loro letterale, edificante, sentimentale nozione di fede, e nemmeno gli umanisti, con il loro fragile culto della letteratura”.

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