Dal convegno di Brescia le nostre proposte sul futuro della siderurgia

Brescia – 18 genn
L’incontro di ieri sera sulle acciaierie Stefana, svoltosi nella sede bresciana di Forza Nuova, è servito a prendere coscienza della gravissima situazione dell’azienda (quasi 700 dipendenti e centinaia di milioni di debiti), che ha fermato la produzione nei 4 stabilimenti di Nave-Ospitaletto-Montirone e avviato la pratica di “concordato preventivo con riserva” per il commissariamento.
Non solo: è stata anche l’occasione per affrontare la difficile situazione dell’industria italiana, siderurgica in particolare. Ne facciamo un piccolo sunto:
ILVA, TARANTO: 12.000 lavoratori, 40% della produzione nazionale dell’acciaio; il governo Renzi pensa di nazionalizzarla “a tempo” per 2-3 anni, risanandone i debiti e rimettendola sul mercato, pronta per la scorpacciata di qualche azienda, magari cinese o indiana: insomma, nazionalizzazione dei debiti e privatizzazione degli utili. Ricordiamo che l’acciaieria si sviluppa nel progetto di fine anni ’20 di Beneduce, con la fondazione dell’IRI, e che la cecità di SEL e della FIOM (che in loco ha perso quasi 2/3 dei tesserati) ha portato al disastro ambientale prodotto della gestione Riva, per la cui bonifica servirebbero 2 miliardi di euro.
TERNI: è lo stabilimento più antico di Italia (sorge nel 1884), nazionalizzato negli anni ’20 (Finsider, gruppo IRI), privatizzato verso la fine del secolo e acquistato dai tedeschi della ThissenKrupp, che puntano a consolidarsi in Germania e a lasciare lo stabilimento umbro al proprio destino, firmando la condanna a morte di un’intera cittadina. Ricordiamo che la Corte europea aveva a sua volta bocciato la vendita alla finlandese Outokumpu, interessata ad ampliare l’acciaieria ma bloccata dalle leggi anti-trust di Bruxelles.
LUCCHINI, PIOMBINO: 4.000 dipendenti; come gli altri stabilimenti, prima nazionalizzata (IRI, Italsider), viene privatizzata nel ’92 dalla famiglia Lucchini, passa poi ai Russi della Severstal, che (accolti a braccia aperte dal sindaco del paese alla festa dell’Unità nel 2008) proprio in quell’anno sentono i preavvisi della crisi e lasciano al suo destino lo stabilimento, poi commissariato. Compaiono come squali gli stranieri: dalla tunisina Smc, all’indiana Jindal: viene infine acquistata dal gruppo algerino Cevital.
A questa SVENDITA e decadenza su tutti i fronti della produzione siderurgica nazionale (si salva solo Trieste, con il recente acquisto da parte del gruppo Arvedi di Cremona), si aggiunge la ricaduta che le scelte geopolitiche degli ultimi anni hanno comportato; oltre alla tassazione tra le più elevate in Europa, a una gestione sindacale fallimentare e a un sistema europeo ultra-liberale, per cui le aziende non possono usufruire di contributi pubblici, si aggiunge infatti il costo dell’ENERGIA.
Dopo la scelta italiana di rinunciare al nucleare, a causa delle sanzioni verso la Russia, il governo di Putin ha deciso di modificare il progetto del gasdotto South-Stream (che nei piani dell’allora governo Berlusconi avrebbe dovuto raggiungere l’Italia), deviandolo verso la Turchia.
Nel contempo, con il voltafaccia alla Libia, il nostro governo è riuscito nell’impresa unica nella storia di bombardare il proprio primo partner commerciale, strategico soprattutto per quanto riguarda le fonti energetiche.
L’ITALIA si ritrova così ad avere un costo dell’energia altissimo; acciaierie come l’Ilva, che producono la materia prima, sono a rischio di chiusura con la spettrale conseguenza di importare materia prima dall’estero, perdendo sovranità e rimettendoci economicamente; stabilimenti come Piombino e Terni vengono svenduti e controllati da gruppi privati stranieri. Questi macro-cataclismi si abbattono su aziende medio-grandi come la Stefana di Brescia, che, oltre ai problemi interni che già possono registrare, si ritrovano fardelli di questo tipo a impedire una nuova ripresa della produzione.
Come FORZA NUOVA, consapevoli di trattare un argomento difficile e di grossa portata, proponiamo un’idea nuova di gestione delle aziende, che sia corporativa e compartecipativa, quindi né a monopolio sindacale, né completamente privato; ad esempio, l’idea tedesca per cui i lavoratori eleggono autonomamente alcuni rappresentanti, con voce in capitolo nel Consiglio di Amministrazione, andrebbe presa in seria considerazione anche qui. In una visione più generale, sosteniamo invece un’idea di autarchia e protezionismo europeo, che permetta anche ai governi di intervenire nell’economia e finanziare le proprie aziende in difficoltà, come, senza tante storie, avviene nei liberalissimi USA.
Nel caso specifico, constatato un fallimento palese e gravissimo della gestione aziendale della STEFANA, proporremmo un risanamento della fabbrica che preveda la socializzazione la compartecipazione dei lavoratori, i quali, se fossero d’accordo nella stragrande maggioranza, diventerebbero essi stessi azionisti dell’azienda, beneficiando in maniera reale degli utili e delegando a tecnici specializzati la gestione della stessa.
Niente più lotta tra “sfruttati” e “padroni”, niente più privati e multinazionali straniere che giocano con la vita di centinaia o migliaia di famiglie. Utopia? Neanche troppo. Di certo, davanti a disastri economici come questi, che diventeranno inevitabilmente catastrofi sociali, non resteremo ad assistere con le mani in mano.

Forza Nuova Brescia
Ufficio stampa

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