Ci credete così ingenui ?

24 luglio – Paola De Franceschi –

“Ma io che cosa voglio raccontare a mio figlio? Che cosa voglio che gli venga insegnato? Che modello, che esempio, che aria voglio che respiri? A chi voglio che si ispiri?”.

Riceviamo, e volentieri pubblichiamo, il seguente contributo/riflessione sulla follia del gender inviatoci da un’ ex insegnante impegnata nel volontariato e attiva all’interno delle associazioni che si battono per i diritti dei bambini e a difesa della famiglia naturale.

Siamo impegnati, ognuno a modo proprio, ad arrivare alla fine del mese e a pensare a qualche week end o settimana di vacanza su quel lembo meraviglioso di terra che si chiama Italia, in riva al mare o in mezzo cerchio alpino che dir si voglia.
Siamo talmente stanchi, noi di questa generazione di mezzo, (che il boom economico degli anni 60 l’ ha sentito solo raccontato da mamma e papà, quelli della cinquecento per andare al mare e della lavatrice Zoppas che centrifugava facendo ballare tutta la casa) figlia degli anni 80, della Milano da bere, del Moncler al liceo e del secchiello Louis Vuitton, che ci stanno credendo ingenui.
Figli di una comunicazione e di una programmazione televisiva che non ci appartiene, tutta tette e pettegolezzo, ci salviamo solo buttandoci sui migliori serial americani, quelli della Marina o dei medici ospedalieri che o salvano la vita a qualcuno diagnosticando malattie rare o sconosciute o trovano killer seriali con la stessa facilità di una sorpresa nelle patatine.
Globalizzati, maghi della rete, in pochi anni ci siamo trovati il mondo a disposizione sotto a un touch screen, basta saper cercare.
Nemmeno più il gusto di girare nei negozi con gli amici: tutto a portata di mano … Viaggi, scarpe, borse e libri, basta un click e una carta di credito.
E, senza che ci pensassimo troppo su, ci hanno fatto credere che questo click ci potesse far arrivare a “comprare” qualsiasi cosa. Se lo shopping è garantito dall’e-commerce, l’ amicizia è salvaguardata dai social network.
Amici, amici degli amici, amici degli amici degli amici … Un mondo di sconosciuti che condivide stati d’animo, luoghi visitati, pensieri, parole e opere (le omissioni no, quelle rimangono sospese), che fotografa dalla spiaggia caraibica, i figli e il piatto di pasta ai ricci di mare, e tagga, tagga e localizza, in un isterico balletto del “io sono qui” o, alla Jovanotti, ” guarda mamma come mi diverto”.
E, intanto, zitto zitto, il mondo cambia. Ciò che era vero diventa opinabile, ciò che era privato, diventa pubblico, ciò che era “particolare” (non dico strano perché sono laica e moderna) diventa ovvio.
Da bambina ho avuto un amico, un amico ragazzino, come ero ragazzina io, dichiaratamente omosessuale. Mi ha insegnato che innanzitutto tu sei una persona, omosessuale o no, mi ha fatto amare Renato Zero (gliene sarò sempre grata ) e capire che un uomo può essere sensibile e bellissimo, che la sensibilità è innanzitutto umana, non femminile.
Da insegnante ho avuto degli alunni, bambini, dichiaratamente omosessuali. Ho amici omosessuali … Non è questo il problema. Credo che sotto a un lenzuolo, tra adulti consenzienti, sostanzialmente si possa fare qualsiasi cosa. Ci mancherebbe pure.
Ma la mia laica modernità si ferma qui. Ho avuto l’onore di collaborare in terra rossa di Brasile con un’ importante onlus cattolica italiana che opera da quarantanni partendo dal bisogno dell’uomo, dell’ uomo che ha un cuore pulsante che anela alla felicità, e costruisce opere reali e concrete: ospedali, scuole, case d’accoglienza e soprattutto uno sguardo nuovo sulla povertà dell’umano che è globale, e viene salvata solo da chi si fa compagnia.
Ho incontrato, negli anni, decine di coppie sterili che anelavano ala genitorialità come solo chi ne è privato può fare, le ho conosciute ed aiutate a vivere il percorso adottivo, che è stato mio prima che loro, con la gratitudine di chi sa che da un “no, non puoi” può nascere e realizzarsi un cammino di accoglienza più grande e mai immaginato prima.
Ho insegnato, con passione e lealtà, prima che a scrivere e leggere, a desiderare di volerlo fare, e ora, coi primi alunni laureati, mi è stato chiesto di fare un bilancio di ciò che stiamo subendo.
Ci hanno preso per ingenui, dicevo, e noi glielo abbiamo permesso? In nome di una presunta necessità di modernità, apertura mentale o chissà che … abbiamo accettato che tutto fosse uguale?
Abbiamo forse preso atto noi, chiunque siamo, che la base naturale che ci è stata data, sia fuori moda?
L’ incontro romano organizzato dal mondo cattolico e dal genio indiscusso di Costanza Miriano, che ha chiamato in manifestazione oltre un milione di persone, ha posto la risposta a tutto il mio pensare.
No. No grazie.
I bambini sono la cosa più bella e grande che possa capitare. I bambini sono il nostro futuro
possibile. Sono lo sguardo innocente che impara da noi.
Non hanno bisogno di discorsi, hanno bisogno di chiarezza ed esempio. Chiarezza, coerenza ed esempio.
L’ inserimento nella riforma della scuola voluta dal governo Renzi dell’ educazione gender, in cui si dice, nemmeno troppo sottintendendo, che esiste, di fatto, la parità dei generi e che la differenza naturale (quindi fisica, di pensiero, di approccio) tra un uomo e una donna, tra una madre e un padre, in fondo non è più un dato reale da cui partire, ma solo uno dei dati reali da cui partire … Essere, all’ interno di una famiglia costituita, un uomo e una donna, due donne, due uomini, una donna o un uomo single … Tutto diventa uguale.
Perché guardare alla differenza naturale che è ed esiste, quando invece è più comodo e “democraticamente lecito” rendere tutte le diversità omologabili ed omologate? Questa posizione, di oggi, che non è solo politica, ma concreta e legata alla vita reale di tutti e ciascuno, esige da ognuno di noi una risposta. Ma io che cosa voglio raccontare a mio figlio? Che cosa voglio che gli venga insegnato? Che modello, che esempio, che aria voglio che respiri? A chi voglio che si ispiri? Ai nuovi grandi magazzini londinesi in cui esiste già un reparto “Gender Free” in cui un uomo che si sente donna può trovare decoltè rosa confetto numero quarantacinque? Alle librerie italiane che hanno sugli scaffali libri gender che raccontano che l’amore va sempre bene, basta che sia sincero, in una sorta di “dove colgo colgo”? Ai più coraggiosi animalisti che difendono le balene, i gorilla, gli squali e forse anche qualche rara formica dell’ Australia meridionale, ma non i nostri bambini?
Alle maestre di scuola dell’ infanzia e delle elementari che, sulla base di quanto già approvato dalla legge appena varata, promuoveranno la masturbazione infantile (avete letto bene, lo giuro) perché “è scoprendosi che si decide cosa si è”, o lo scambio dei ruoli tra bambine e bambini perché “è così che ci si educa ad non essere omofobici”?
Detesto l’ omofobia. Innanzitutto perché vuol dire paura dell’ uomo. Ma detesto anche la confusione.
E qui ce n’è tanta. Io la combatterò. Ovunque. Perché lo sguardo dei miei figli sia limpido e non impaurito e perché la loro strada sia, magari in salita, ma ben indicata. Io non sono ingenua e soprattutto so di essere in ottima e numerosa compagnia.

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