Beppe Alfano, ventitré anni senza giustizia

8 genn – Giuseppe Provenzale*

Nella mia veste di coordinatore siciliano del Movimento è mio compito annuale ricordare la figura di Beppe Alfano, del cui omicidio ricorre oggi il ventitreesimo anniversario. Ripercorrere l’oblio a cui era stato condannato dalla ribalta mediatica perché “fascista” è sempre doloroso, così come lo è vederlo oggi celebrato da chi era lontano anni luce da lui proprio a causa della distanza che lo separa da quella determinata visione seria dell’esistenza che non può possedere né comprendere, perché “antifascista”, gente che, per trovare il coraggio di parlare di Alfano, è stata costretta a depurarne la “razza”, alterandone, quindi, la testimonianza.
Persone che mai accetteranno quello che la Storia ha accertato sulla lotta al fenomeno mafioso (“La lotta alla mafia fu senza dubbio il maggior successo riportato dal fascismo in Sicilia e l’impresa che ne accrebbe il seguito popolare. Anche oggi si sente dire nei paesi agricoli dell’interno della provincia siciliana che ai tempi di Mussolini “si poteva dormire con le porte aperte”. Per la prima volta una popolazione abituata nei secoli ad essere dominata dal prepotente o dai prepotenti di turno, sperimentava la sensazione, mai provata, di essere tutelata dallo Stato, sentiva la presenza di uno Stato, fino ad allora sempre latitante” *) e che, dunque, proprio per questa ragione puntano ad arruolare tutti gli eroi tra le fila di quello Stato latitante e democratico che sul ritorno della mafia è nato, e su cui ancora si pasce dopo decenni di struzzismo, prima, (“La mafia non esiste”) e mancanza di volontà repressiva, poi. Un arruolamento post mortem che davvero Beppe Alfano non merita.
Ma, ricordare il coraggioso giornalista di Barcellona Pozzo di Gotto vuol dire per noi puntare al bersaglio più grosso che non è mafioso, – quella mafia che oggi è costretta a camminare sulle gambe delle terze o quarte file, se rapportate a quelli che erano i boss di una volta, proprio perché utilizzata dal sistema per i propri fini stragisti e stabilizzatori – bensì massonico: nulla poté opporre al disegno dell’eliminazione del giornalista quel Nitto Santapaola che proprio a due passi dal luogo del delitto trascorreva la sua latitanza e che nessun interesse poteva avere a che proprio lì si accendessero fastidiosi riflettori.
Quella massoneria imperante nel messinese che nelle indagini appare e scompare e il cui ruolo nel delitto sembra, alla luce delle ultime ipotesi, rintracciabile seguendo le tracce di Rosario Pio Cattafi (finora solo sfiorato dalla pista investigativa del delitto Alfano) condannato in primo grado a 12 anni per associazione mafiosa e considerato uomo ponte tra mafia, massoneria e servizi segreti) e dell’ex vicepresidente del Senato Domenico Nania che, insieme a Cattafi, il pentito D’Amico indicò in aula, proprio un anno fa, quale capo di una loggia occulta.
Quella stessa massoneria che, insieme alla mafia, fu tramortita dal fascismo e che fece ritorno in pompa magna solo dopo la sua caduta, insieme ad americani e mafiosi, per tornare a controllare affari, territorio e coscienze.
Quella stessa massoneria le cui trame Beppe Alfano aveva eroicamente individuato, muovendosi coerentemente da “fascista” quale era, anche se il suo lavoro investigativo andava a colpire le attività del potere barcellonese che si appoggiava politicamente anche ad Alleanza Nazionale che, nonostante i rinnegamenti, di quell’ambiente voleva mantenere i consensi elettorali.
Quella stessa massoneria di cui il nostro mai dimenticato dirigente Antonio Ragusa disegnava il volto nella sua amata città nel 2005 qualche mese prima di morire:
“Messina non è né la città né la provincia babba, ma è un crocevia tra mafia barcellonese,‘ndrangheta calabrese e grandi potentati economici la cui cerniera è rappresentata dalla presenza massiccia di numerose logge massoniche che impongono la loro coltre di silenzio sulla città”.
Ventitré anni senza giustizia sono trascorsi e il delitto Alfano è parte integrante di quei misteri d’Italia che solo una rivoluzione potrà svelare, quella stessa rivoluzione che Antonio, che di Alfano rinnovò per primo la memoria, e Beppe stesso sognavano senza mai abbandonare il loro posto di combattimento.

*Vicesegretario nazionale Forza Nuova
*Gabriella Portalone: “Il fascismo in Sicilia negli scritti di Giuseppe Tricoli”

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