Austria exit? Tante le buone ragioni

11 luglio – Francesco Trupia* –

Dopo la Grecia, anche l’Austria appare pronta, se non ad uscire, quanto meno a rinegoziare la sua posizione all’interno dell’Unione Europea; sono state raccolte, infatti, e in breve tempo, più di 261 mila firme per chiedere al Parlamento di indire un referendum e i mal di pancia euroscettici non sono certo una novità di questi giorni.

Sui social e sui vari mezzi di comunicazione le posizioni filo-austriache aumentano, anche se i motivi per i quali Vienna stia pensando di abbandonare la comunità europea appaiono meno chiari rispetto a quelli, ben noti, della penisola ellenica.
Le notizie sui malesseri politici antieuropeisti dell’Austria hanno colpito l’opinione pubblica, forse più del caso greco, poiché Paese filotedesco per cultura e storia, con pochi problemi in ambito sociale e un basso livello di corruzione istituzionale. Ed è proprio la vicenda austriaca – se percorsa con criterio – a mostrare, una volta di più, la scelleratezza di Bruxelles e di un’Europa asservita a ben altri giochi di potere internazionale, quelli di Washington in primis.

Quella propinata dagli analisti, più o meno asserviti ai burocrati europei, è la solita litania: l’Austria rappresenta l’ennesimo Paese membro sommerso dai debiti, pronto al default.
Debiti, questi ultimi, scaturiti dall’ ingestibile situazione della banca austriaca Hypo Group Alpe Adria, una delle più attive negli anni 2000, le cui quote di maggioranza furono acquistate dalla Carinzia nel 2007.
Subito dopo, l’istituto austriaco passerà, in modo assai repentino per una banca di tale prestigio, in mani tedesche, precisamente alla Bayern LB, che dopo averla distrutta (chissà perché?) lascia che la regione della Carinzia la nazionalizzi. Nel 2009, gli stessi tedeschi chiedono quindi un risarcimento danni di 2,75 miliardi, accettato con parere positivo dalla Corte regionale di Monaco che, però, non citerà in sentenza la mala gestione dell’ente tra il biennio 2008/09. Soldi mai restituiti dagli austriaci, motivo per il quale oggi proprio l’Austria si trova verso un clamoroso exit.

In realtà, il passaggio della Hypo Group Alpe Adria ai tedeschi della Bayern LB nel biennio 2007/2008 è il punto di svolta di tale vicenda. Nessuno dice che la maggioranza della banca austriaca era nel 2007 nelle mani di Jörg Haider, segretario del partito nazionalpopolare FPÖ, morto in un incidente stradale, alquanto sospetto, l’anno successivo. La morte di Haider interruppe di fatto l’ascesa del suo partito, la cui base militante si disciolse dopo le notizie inerenti la presunta omosessualità del segretario, “stranamente” lanciate dal giornale tedesco Build, che aveva intercettato ad orologeria il presunto amante.
Altra vicenda legata alla reale volontà austriaca di abbandonare l’Ue si intreccia con la vicenda delle sanzioni alla Russia. Infatti, la mancata costruzione del primo progetto South Stream – gasdotto che dal Mar Nero avrebbe percorso la Bulgaria per finire fino in Puglia, rifornendo anche Austria, Serbia e infine Ungheria – ha sancito per Vienna una sconfitta regionale.

Sempre l’Austria – prima del blocco dei lavori del South Stream, voluto dagli Usa in chiave anti-Putin – aveva affermato davanti al premier bulgaro Borisov e a quello serbo Vucic (Renzi dov’era?) di voler partecipare alla finitura dell’opera elargendo circa il 60% dei fondi necessari.

Come è noto, il South Stream fu ufficialmente bloccato poiché Gazprom, la nota azienda russa, avrebbe costituito un monopolio del gas, incompatibile con le normative europee. In realtà, l’aumento del potere russo in ambito energetico nei Balcani, area fortemente incline nei confronti di Mosca, avrebbe sancito la vittoria geopolitica del Cremlino, evento che gli Usa dovevano impedire ad ogni costo.

Perché Vienna si sarebbe così infastidita dal blocco dell’opera? Innanzitutto perché il mancato completamento del South Stream ha condotto Putin alla costruzione del Turkish Stream che, praticamente, ha consegnato alla Turchia la gestione “dei rubinetti” del gas di molti Paesi europei, Italia compresa. Un Paese, la Turchia di Erdogan, che tace sulle centinaia di barconi di immigrati che partono dalle sue coste verso il Mediterraneo, che finanzia l’Isis in ottica anti-curda sul confine siriano, storico nemico di Assad e testa di ponte dell’Islam in Europa.

Ciononostante, non si capisce perché nessuno si sia opposto al blocco del South Stream visto che, osservando quale soggetto rifornisce la Germania, si scopre che il popolo tedesco usufruisce dei servizi di distribuzione del North Stream, gasdotto gemello presente sul Mar Baltico, sempre a gestione russa Gazprom. Ancora una volta due pesi e due misure.

E l’Italia? Tralasciando Renzi, cosa dice su queste tematiche l’accoppiata Meloni-Salvini? Nulla.
Eppure, a chi ha svenduto la sovranità nazionale del nostro Paese basterebbe la semplice applicazione dell’art. 241 del Codice Penale, che così recita: “Chiunque commette un fatto diretto a sottoporre il territorio dello Stato o una parte di esso alla sovranità di uno Stato straniero, ovvero a menomare l’indipendenza dello Stato, è punito con l’ergastolo.”

gas

*Dottore in Politica e Relazioni Internazionali, studia Philosophy on Global Affairs

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